3.1.1 — Nominare per guarire

Ludwig Wittgenstein apre il Tractatus Logico-Philosophicus con una delle frasi più celebri della filosofia: “Il Mondo è la totalità dei Fatti, non delle Cose.” Il mondo è fatto di relazioni tra oggetti. Questa intuizione, vecchia di un secolo, è sorprendentemente attuale: il benessere dipende da come nominiamo ciò che proviamo, più che da ciò che possediamo. Alcune parole esistono solo in alcune lingue, in alcuni Mondi: solo nelle uggiose e fredde serate olandesi si può davvero sentire la gezelligheid. I giapponesi hanno 別腹 (betsubara), lo “stomaco separato” riservato al dessert. Il Pensiero e il Linguaggio sono un'immagine del Mondo — e certe sfumature si perdono quando manca la parola per nominarle (💬 ff.134.1 Parole, parole, parole).

Il polpaccio come oracolo di longevità: una circonferenza sotto i 35 cm predice mortalità più alta negli anziani, sopra i 38.5 cm si associa a mortalità ridotta [58]. Una misura da sarto, in centimetri, diventa più predittiva di molti esami del sangue. Il motivo è sarcopenia: la massa muscolare post-65 è un buffer contro cadute, immobilità, infezioni. La sarcopenia uccide più silenziosamente del colesterolo, ma le linee guida sanitarie dedicano ancora l'80% dei check-up a lipidi e pressione. In 😊 ff.138.2 La strada più felice avevamo documentato il ruolo della quotidianità del movimento; qui lo stesso principio torna codificato come antropometria predittiva. Il leg day, nella terza età, è letteralmente vitale: non vanità, farmaco.

La neuroscienziata Lisa Feldman Barrett ha dimostrato che le emozioni sono simulazioni che il cervello costruisce integrando segnali subconsci e viscerali — battito cardiaco, temperatura, segnali interocettivi. Dare un nome alle emozioni è fondamentale per superare i blocchi: prima di una gara o di un esame sale l'ansia, ma spesso è solo una sfumatura dell'eccitazione. Marc Brackett, fondatore del Centro per l'Intelligenza Emotiva a Yale, segue questa linea con Dealing with Feeling[1]. Il fondatore di Pinterest ha creato l'app How We Feel[2], un vero e proprio “Pokédex per le emozioni” (💬 ff.134.2 Dare un nome alle emozioni).

Se il cervello costruisce le emozioni, costruisce anche esperienze più grandi. A McGill Jay Olson e colleghi hanno dato a 33 studenti un placebo presentato come una sostanza simile alla psilocibina, la molecola dei funghi tornati in auge con la psichedelia (🍄 ff.2.5 Psichedelia portami via), in quattro ore di festa con musica, luci colorate e proiezioni, mentre alcuni complici recitavano gli effetti attesi. La maggioranza, il 61%, ha riferito qualche effetto[10], alcuni con intensità tipiche di dosi moderate o alte: c’era chi vedeva i quadri alle pareti «muoversi» e chi si sentiva pesante, come se la gravità tirasse più forte. Lo stesso vale per il dolore. Sean Mackey, che dirige la medicina del dolore a Stanford, lo descrive ad Andrew Huberman come un’esperienza soggettiva, con una componente emotiva e una sensoriale[11]: l’ansia lo aumenta, la memoria lo riaccende nei momenti di stress, e fra i predittori più forti della risposta alla cura c’è il catastrofismo. Un amore nuovo, persino guardare la foto della persona amata, fa da analgesico.

Dare un nome, poi, chiede meno fatica di quanto si creda. A fine 2024 il coach Joe Hudson ha messo in fila su X cinquanta frasi per essere più intelligenti emotivamente senza sforzarsi troppo[12], lette 1,6 milioni di volte. La prima: se si ha paura di provare un’emozione, ci si è già dentro. Altre funzionano come un dizionario, lo stesso dell’ansia che prima di una gara è spesso eccitazione. La prossima volta che si è in ansia, scrive, conviene notare quanta parte sia eccitazione trattenuta; nel blocco o nella depressione, quanta sia rabbia trattenuta; quando ci si sente fermi c’è quasi sempre un’emozione che si evita, di solito paura, rabbia o vergogna. E se non si riesce ad accogliere l’emozione, si può accogliere la resistenza. In tredici anni di scuola, notava la newsletter, l’educazione emotiva è inesistente o superficiale, quando alle emozioni bisogna saper dare un nome (👨‍🏫 ff.78.1 Scuola di vita?).

In un mondo dove il pensiero viene sempre più allocato a GPT, questo sentire-definire è ciò che ci resta. “Un’emozione puramente disincarnata è un non-ente”, scriveva William James nel 1884[3]. Il mondo digitale sta già cambiando il significato delle parole: “scalare” non evoca più montagne ma startup. Per resistere a questa disincarnazione dobbiamo ri-attaccarci al linguaggio come legame tra pensiero e mondo. Il video di Michaell McAfee per Max Cooper — I Am in a Church in Gravesend, Listening to Old Vinyl and Drinking Coffee[4] — è un fiume di parole che scaturisce da un’esperienza particolarissima: stare in una chiesa, ascoltare vinile, bere caffè. Nessun algoritmo lo avrebbe generato, perché nessun algoritmo ha un corpo che sente il freddo delle navate (🦴 ff.134.4 Umanità all’osso).

Se un’emozione senza corpo non esiste, resta da capire in quale punto del corpo stia. Chris Lakin parte da una domanda del suo mentore, “e come ti senti nel corpo, rispetto a questo?”, e dalla propria risposta stupita, che fa da titolo a un post dell’ottobre 2025 sul suo blog: “Aspetta, i sentimenti dovrebbero stare nel corpo?”[8]. Per mesi ha creduto di essere fatto diversamente dagli altri. Le farfalle nello stomaco le avvertiva, e le emozioni le “sapeva” con la testa; l’espansione nel petto, il formicolio alle dita, la tensione nelle braccia e il piacere sulla pelle gli sfuggivano. Scrive che viveva a una risoluzione di 360p. A modo suo quel blocco funzionava: attutiva il dolore fisico e i rischi sociali. Si lavava i denti con troppa forza e se ne accorgeva dal sangue, perché il dolore non arrivava, eppure la pelle ha neuroni veloci proprio per il dolore e neuroni lenti per la gentilezza di una carezza (🩵 ff.97.3 Caressa e carezze contro lo stress). Ogni decisione diventava una fatica, perché tutte le opzioni gli sembravano ugualmente grigie; non distingueva la gelosia dal sospetto di aver mangiato qualcosa di guasto; cedeva più facilmente a dipendenze e distrazioni. Anche le distrazioni passano dal corpo: chiuso il telefono in un cassetto, dopo 5-15 minuti la mano scatta a cercarlo e per un istante ci si sente mutilati (🤖 ff.36.4 Siamo già mischiati con l’AI?).

DALLA PAROLA AL PUNTO DEL CORPO PAROLA (SENSAZIONE, PUNTO) “ansioso” → (tensione, parte bassa del petto) “felice” → (piacere, pelle del braccio) “sicuro di sé” → (espansione, petto e spalle) A 360p gli sfuggivano: espansione nel petto, formicolio alle dita, tensione nelle braccia, piacere sulla pelle Testimonianza in prima persona di un solo autore · nessuna misura Proposta descrittiva, senza prove cliniche · anni di lavoro con un aiuto individuale
📊 note 1731 — Tre emozioni riscritte come coppie (sensazione, punto del corpo), con gli esempi del post. Fonte: Chris Lakin, blog, 29 ottobre 2025.

Il blocco, poi, nascondeva sé stesso: per anni non se n’è accorto, finché glielo hanno fatto notare persone di cui si fidava. Lo ha disimparato con coraggio, un aiuto individuale e parecchio tempo. Nel diario di quel periodo annota increspature minute nello stomaco, strane felicità sulla punta delle dita (e lì, anche disprezzo di sé), l’amore nella “caverna del cuore”, sul lato destro del petto. Ne ricava una proposta: descrivere un sentimento come una coppia (sensazione, punto del corpo) anziché con la parola di un’emozione. Al posto di “ansioso”, tensione nella parte bassa del petto; al posto di “felice”, piacere sulla pelle del braccio; al posto di “sicuro di sé”, espansione nel petto e nelle spalle. La direzione opposta l’aveva presa GPT-4, quando gli era stato chiesto di riscrivere un messaggio doloroso con sole parole che cominciano per A: “Ansia affettiva attuale. Ammette amarezza” (🥃 ff.54.1 Il contesto: l’amaro dell’impotenza).

Da allora, racconta, decide senza fatica, coglie meglio le emozioni degli altri, nota le paure senza scansarle. Va letto per quello che è: la testimonianza di una persona sola, senza misure né confronti. Le mappe delle sensazioni soggettive pubblicate su PNAS servono al post da illustrazione, e l’idea del sistema nervoso come “sistema distribuito” resta una sua immagine.

Prima del nome, a volte, viene la domanda. Su Not Boring, nel febbraio 2025, Packy McCormick sostiene che le domande rimodellano la realtà[13]. Le risposte sono cose statiche, il succo già spremuto; le domande sono cinetiche, e le migliori, senza risposta, fanno da principi organizzatori, calamite, modi di vedere. Chi scrive lo sa. Davanti alla pagina bianca senza una domanda si prova la condanna alla libertà di Sartre; con una domanda in testa il mondo diventa una caccia agli indizi, e qualunque cosa si legga o chiunque si ascolti può lasciare una traccia utile. McCormick lo misura sulle carriere di due scrittori. Robert Caro mette la scrittura al servizio del suo soggetto e ha prodotto due storie; John McPhee, che si chiede come le parole possano catturare la profondità della realtà, ha pubblicato 34 libri e più di 100 articoli per il New Yorker.

“Il Mondo è la totalità dei Fatti, non delle Cose.”
— Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, 1.1

Ma come si passa dal nominare le emozioni al viverle pienamente? Mihály Csíkszentmihályi ha dedicato trent'anni allo studio del flow — quello stato di totale immersione in un'attività che ci fa perdere il senso del sé e del tempo. Cosa lo favorisce? Il movimento fisico, il rischio, la complessità di un'attività (ma non troppa, la regola del 4%)[5], la novità, la mancanza di distrazioni. Il flow è stato misurato per la prima volta nei giocatori di scacchi, con un aumento di onde teta e attivazione del “sistema implicito”[6] (💫 ff.121.1 Le basi del flow). Oltre a renderci felici, il flow aumenta le performance con effetti socio-economici: secondo McKinsey, i manager nel flow sono cinque volte più produttivi. DARPA ha dimostrato che i cecchini militari acquisiscono il bersaglio due volte più velocemente. Roger Bannister, nel 1954, ruppe il muro dei 4 minuti nel miglio; dimostrata la fattibilità di qualcosa, un sacco di gente inizia a realizzarla. Questo “Effetto Bannister” dimostra che molti limiti sono psicologici, non fisici (💫 ff.121.2 Il flow ti mette le ali) (🔺 ff.122.4 Piramidi in 4 minuti?).

Secondo McKinsey, i manager nel flow sono cinque volte più produttivi. DARPA ha dimostrato che i cecchini militari acquisiscono il bersaglio due volte più velocemente. Roger Bannister, nel 1954, ruppe il muro dei 4 minuti nel miglio: dimostrata la fattibilità di qualcosa, un sacco di gente inizia a realizzarla.

Anche a prenderla con la filosofia di Eraclito — «tutto scorre» — il cambiamento resta qualcosa che la mente umana respinge per struttura, e intorno a noi è sempre più frequente. La psicologia contemporanea si scontra meno col fatto del mutamento che con la sua frequenza accelerata: la resistenza al cambiamento è risposta adattiva a un ambiente che storicamente cambiava meno di quanto chieda oggi. Pánta rheî[7] (🏞️ ff.78.3 Pánta rheî).

Quella resistenza ha anche una forma più intima, che si accende nelle relazioni. Malcolm Ocean, sul suo blog, la descrive con un’immagine presa dal sonno: ognuno di noi vive dentro un mashup onirico fra la situazione del momento e i vecchi significati emotivi[9] che quella situazione riattiva, come quando si sogna di essere nella propria scuola superiore e la scuola, chissà come, sta anche su una barca. Come nei sogni, la stranezza dell’impasto passa inosservata finché non ci si sveglia. Ciascuna parte è reale: il ricordo che affiora è vero come la scuola, la scena davanti agli occhi è vera come le barche, ma «la mia scuola, su una barca» non esiste. Nelle relazioni lo stesso meccanismo fa vivere amici e partner come un genitore, un insegnante, un fratello o il bullo dell’infanzia, e un adulto che parla con i genitori ci sovrappone l’autorità assoluta che avevano su di lui da bambino. La newsletter aveva già notato come il cervello modifichi la percezione della realtà cercandone un senso, al punto da vedere i colori in base a come pensa sia illuminata la scena (👘 ff.12.4 Fra l’altro, siamo davvero così intelligenti?).

LA SCUOLA, MA SU UNA BARCA Malcolm Ocean, «Dream Mashups», giugno 2021 LA SCENA DI OGGI IL SIGNIFICATO DI ALLORA un amico, un partner un genitore, un insegnante, il bullo un adulto parla con i genitori la loro autorità assoluta di un tempo un rumore irrita più del dovuto il perché di solito non si sa «La mia scuola, su una barca» non esiste e, come nei sogni, finché dura non ci si accorge della stranezza Esatti allora, rimasti come regole: «sono impotente» (a 6 mesi), «devo stare fermo e zitto», «se disobbedisco, sarò punito». Saggio personale su un blog: nessun dato sperimentale.
📊 note 1507 — Tre situazioni di oggi e il significato emotivo che, secondo Malcolm Ocean, vi si sovrappone; sotto, alcuni apprendimenti dell’infanzia che erano esatti quando sono nati e restano attivi da adulti. Fonte: Malcolm Ocean, “Dream Mashups”, malcolmocean.com, 29 giugno 2021.

Ocean lo collega ai “flashback emotivi” descritti dal terapeuta Pete Walker: quasi sempre non hanno una componente visiva o di memoria, e chi ne è colpito raramente si accorge di rivivere un periodo traumatico dell’infanzia. Accorgersi di sognare, scrive, è almeno metà dell’opera. Quello che sentiamo è sempre una risposta a ciò che accade, ma la dimensione e la forma della risposta dipendono più dalla nostra storia che dai dettagli della situazione.

A un ritiro di Bio-Emotive le persone smettevano di dire «mi irrita quel rumore che fai» e cominciavano a dire «trovo quel rumore sorprendentemente irritante, non so bene perché». Con chi si fida si può dichiarare la proiezione mentre accade o, se il contenuto non è chiaro, ammettere soltanto «mi sento attivato e non so perché». Non saperlo è il caso normale, e sapere che «questo mi riporta alla terza elementare» non basta a disinnescarlo. Il cervello genera di continuo il miglior modello possibile di quello che succede a partire da ciò che ha già imparato: è lo stesso meccanismo che fa riprendere con un vecchio amico «come fosse ieri». La newsletter si chiedeva se anche i modelli linguistici non abbiano già una visione del mondo in 3D, magari “sognandolo” (💭 ff.148.4 Tutto il mondo dentro).

Perché allora quelle generalizzazioni non si disimparano appena smettono di servire? Molte erano esatte quando sono nate: «sono impotente e dipendo dai miei genitori per tutto» è un modello corretto per un neonato di sei mesi, «per avere attenzione devo piangere» lo è finché non si sa parlare. Altre arrivano dalla scuola: stare fermi e zitti anche quando si vorrebbe giocare, non andare in bagno senza permesso, aspettarsi una punizione se si disobbedisce. Sono apprendimenti senza parole, un senso incarnato di come va il mondo. A tenerli al loro posto, per Ocean, è soprattutto la vergogna, perché scioglierli vuol dire ammettere di non sapere perché si fa quello che si fa; e da piccoli si impara che molti sentimenti non è sicuro provarli. Gli approcci che si limitano a contrastare un comportamento chiedono manutenzione continua; quelli che portano alla coscienza ciò che lo genera, il riconsolidamento della memoria descritto da Ecker, Ticic e Hulley, producono un cambiamento persistente che non richiede manutenzione, perché non si combatte più contro se stessi.

Ocean ne fa anche una questione culturale, un sogno collettivo di idee ereditate dall’adolescenza dell’umanità; la newsletter, spaesata davanti ai consigli di YouTube, si era scoperta dentro una simulazione di algoritmi che imboccano di connessioni un cervello affamato di pattern per dare un senso al caos (🧮 ff.117.3 Simulazioni e algoritmi). In una risposta ai commenti, nel 2025, Ocean racconta di un bambino che sapeva appena parlare, sconvolto da una botta: non si calmava con le coccole né con un «oh, ti ha fatto proprio male», e si è rilassato annuendo quando la madre ha aggiunto «e non te l’aspettavi proprio».

Il bisogno di sentirsi dire che cosa si prova arriva fino alle macchine. Su npj Mental Health Research, nel gennaio 2024, Bethanie Maples e colleghi di Stanford hanno interrogato 1.006 studenti che usano Replika[14], il chatbot da compagnia basato su GPT-3. Erano più soli della media degli studenti, eppure percepivano un forte sostegno sociale. Molti lo usavano in più modi insieme, come amico, terapeuta e specchio intellettuale, e lo definivano allo stesso tempo una macchina, un’intelligenza e un essere umano. Il 3% ha raccontato che Replika aveva fermato i suoi pensieri suicidi. La newsletter lo aveva messo in conto: con ChatGPT e simili anche supporto psicologico e amicizia passeranno dal digitale (🏙️ ff.52.2 Centralizzare conviene). Sono risposte a un questionario, e gli autori confrontano quel 3% con il resto del campione.

Fonti esterne citate in 3.1.1

14 fonti.

  1. Dealing with Feeling — amzn.to ↩
  2. How We Feel — howwefeel.org ↩
  3. "Un'emozione puramente disincarnata è un non-ente", scriveva William James nel 1884 — romolocapuano.com ↩
  4. Il video di Michaell McAfee per Max Cooper — I Am in a Church in Gravesend, Listening to Old Vinyl and Drinking Coffee — maxcooper.net ↩
  5. Complessità di un'attività (ma non troppa, la regola del 4%) — flowperformancepsych.com ↩
  6. Giocatori di scacchi, con un aumento di onde teta e attivazione del "sistema implicito" — pmc.ncbi.nlm.nih.gov ↩
  7. Pánta rheî — fortissimo.substack.com ↩
  8. “Aspetta, i sentimenti dovrebbero stare nel corpo?”: le emozioni come coppie (sensazione, punto del corpo) (Chris Lakin, 29 ottobre 2025) — chrislakin.blog ↩
  9. Malcolm Ocean — Dream Mashups, malcolmocean.com, 29/06/2021: il presente vissuto attraverso i vecchi significati emotivi, come in un sogno — malcolmocean.com ↩
  10. Olson, Suissa-Rocheleau, Lifshitz, Raz, Veissière — Tripping on nothing: placebo psychedelics and contextual factors, Psychopharmacology, 2020 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov ↩
  11. Huberman Lab con Sean Mackey — Tools to Reduce & Manage Pain (appunti di Podcast Notes) — podcastnotes.org ↩
  12. Joe Hudson — How to be more emotionally intelligent (without trying so hard), thread su X, 22 dicembre 2024 — x.com ↩
  13. Packy McCormick — Long Questions/Short Answers, Not Boring, 12 febbraio 2025 — notboring.co ↩
  14. Maples, Cerit, Vishwanath, Pea — Loneliness and suicide mitigation for students using GPT3-enabled chatbots, npj Mental Health Research, 2024 — nature.com ↩