3.1.3 — Attenzione e stimolo
L'ansia moderna ha una dimensione quantitativa: il tempo accettabile per il caricamento di una pagina web è sceso da 4 a 2 secondi in tre anni. Misuriamo tutto — dal sonno alle calorie — e scambiamo il tracking per controllo. Ma il corpus avverte che conta anche la qualità dello stimolo. Huxley, più di Orwell, aveva previsto una società che si auto-anestetizza con intrattenimento continuo: oggi il mix notifiche + feed + dopamina comportamentale[1] funziona come una spezia quotidiana che riduce profondità attentiva e aumenta reattività emotiva — Anna Lembke, in L'era della dopamina, paragona lo smartphone a una “siringa ipodermica moderna” che somministra stimoli 24/7 (🌎 ff.118.1 Il Mondo Nuovo). La nota su Paprika estremizza questa diagnosi: siamo davanti a piani di realtà sovrapposti che convivono senza gerarchia, come se il quotidiano fosse diventato un grattacielo semiotico dove sogno, feed, lavoro e intrattenimento competono nello stesso corridoio cognitivo (🌶️ ff.118.2 Paprika - Sognando un sogno パプリカ (2006)). Se questa è la malattia, la cura proposta è concreta: albero, noia, silenzio, corpo in movimento senza ossessione prestativa. Correre per abbassare il rumore di fondo e recuperare continuità percettiva (🌳 ff.118.3 La cura: albero e silenzi?). In parallelo, le note su Hong Kong e Shenzhen descrivono un contesto dove la linearità newtoniana collassa: giornate da Oscar, tagli narrative da Inception, spazio-tempo sociale compresso come un file .zip. Oltre l’estetica cyberpunk, è una metrica esperienziale del presente iperconnesso, in cui tutto accade insieme e la mente fatica a costruire priorità (🏆 ff.117.1 Giornate da Oscar; 🍩 ff.117.2 Ciambelle atomiche). La conseguenza politica di questa compressione è sottile ma concreta: quando percepisci tutto come urgente, diventa quasi impossibile distinguere ciò che è importante; e senza gerarchie, anche la libertà di scelta si trasforma in una forma elegante di saturazione. Naval Ravikant propone la stessa cura in negativo: meno ego e controllo, più flow e presente. Tradotto in pratica: meno compulsione da aggiornamento, più continuità mentale. Un trial controllato su Nature conferma che la mindfulness autosomministrata riduce lo stress in modo significativo[2].
Il paradosso della misurazione è che più controlliamo, più ci facciamo male. Sonno, calorie, glicemia, HRV, passi, follower: la lista cresce ogni anno. Al contempo, una catena di rinunce — alcol, tabacco, zuccheri aggiunti, aspartame, cellulare dopo le 22, caffè dopo le 17, cibo tre ore prima di dormire. Come cantano i Pinguini Tattici Nucleari: “Io ci provo a capirti e non capisco un cazzo.” Eppure definire limiti assoluti ha un effetto deleterio: un paper su MedRxiv mostra l’effetto deleterio delle soglie assolute in medicina[3] per l’assegnazione delle terapie — in mancanza di crescita costante, la sensazione di fallimento porta all’abbandono delle buone pratiche. Bryan Johnson (💊 ff.49.4 Il superuomo che prende 100 pillole al giorno) ribatte con una visione meno ego-centrica: stiamo semplicemente evolvendo, come società e come individui aumentati da AI e algoritmi. Il bivio è chiaro: diventare Super Sapiens o accontentarsi di capelli mori e pancetta (📏 ff.68.2 Sempre più misurati e controllati).
Ma prima di ottimizzare il corpo o la mente, vale la pena chiedersi: come ci si sente, dentro una rivoluzione? Quando l’efficienza del lavoro più pagato al mondo migliora del 50%[4] dal giorno alla notte e vi è crescente convergenza tra AI e altre tecnologie[5] — come documenta il report annuale di ARK Invest — forse ci siamo vicini. La ghigliottina: con la macchina a vapore abbiamo delegato l’attività fisica; ora affidiamo attività mentali e ricordi al digitale. Come un contadino del Settecento per il quale l’attività fisica era tutto e un trattore inimmaginabile, se l’AI ci toglierà le facoltà mentali, quale dimensione umana scopriremo? Palestre e Ironman stimolano il fisico sedentario di gran parte dei lavoratori: nessun feudatario si sarebbe sognato di fare un ultra-trail o un everesting. Allo stesso modo, mindfulness e meditazione — non a caso già in crescita — potrebbero diventare sempre più importanti. Forse l’uomo ripiegherà sull’irriducibile: la sua coscienza. Però non diamo per scontata nemmeno quella, dato che i computer già ricostruiscono quello che stiamo vedendo[6] (⚽ ff.55.1 Come ci si sente, dentro una rivoluzione?).
Naval porta la stessa logica anche alla lettura. Troppi libri? Sì, decisamente troppi — e troppo superficiali. Si arriva a leggere decine di manuali di finanza personale senza mai aver sfogliato La ricchezza delle nazioni di Adam Smith. La provocazione è netta: se la biblioteca di Alessandria avesse solo cento libri, quali sceglieresti? Illacertus su X rilancia l'idea: selezionare cento libri e comprenderli a fondo[7], anziché accumulare titoli come trofei. È il ritorno ai classici come antidoto alla dispersione: meno volumi, più profondità — la stessa cura che Naval prescrive per l'ego e il rumore mentale, applicata allo scaffale (📚 ff.72.3 Se la biblioteca di Alessandria avesse 100 libri).
E tra i cento libri, uno meriterebbe un posto per forza: Master of Change di Brad Stulberg[8]. Il concetto del fiume di Eraclito viene espanso: le molecole d’acqua non si troveranno mai più nello stesso punto, e anche le sponde del fiume sono erose in continuo divenire. Ma l’argine rimane tendenzialmente quello. Allo stesso modo, dobbiamo fissare un numero limitato di valori — da 3 a 5 — su cui basare una dinamica resistenza al cambiamento. Dobbiamo avere più facce, più interessi indipendenti. A seconda delle “stagioni” o delle “precipitazioni” di un certo periodo, li attiveremo come fossero ruscelli. Identificandoci con quello in cui crediamo, più che con quello che possediamo, siamo meno fragili rispetto agli eventi esterni — che ci possono togliere relazioni, salute, soldi. La lettura, come la meditazione, può essere psicoterapia (📚 ff.78.4 Leggere, leggeri).
Che cosa resti davvero, di tante letture, lo ha chiesto Dickie Bush, ex trader di BlackRock che oggi insegna a scrivere online: a fine 2025 ha domandato a 430.000 persone il libro migliore letto nell’anno[22] e ha pubblicato i dodici titoli tornati più spesso. In cima c’è Grit di Angela Duckworth, poi The Art of Spending Money di Morgan Housel e 5 Types of Wealth di Sahil Bloom; più giù Demon Copperhead di Barbara Kingsolver, The Anxious Generation di Jonathan Haidt e perfino la Theory of Games and Economic Behavior di von Neumann e Morgenstern. Al quinto posto c’è Breath di James Nestor, che la newsletter aveva letto come L’arte di respirare (💨 ff.87.1 Breve storia del respiro). È una classifica fatta di ricordo spontaneo, senza dati di vendita: il libro che viene in mente senza guardare lo scaffale.
Ma dove finiscono, poi, tutte queste informazioni che accumuliamo senza leggere davvero? In un libro del 1989, Dove gli angeli esitano, Catherine e Gregory Bateson riportano la storia di una madre anziana, forse affetta da Alzheimer, che interrompe una discussione tra il figlio e i suoi amici “cibernetici” con una frase fulminante: “Voi che parlate di reperimento delle informazioni, ma che ne sapete di queste cose? Io sì che me ne intendo, perché ho perso la memoria. L’unico sistema che ho per trovare le cose è di tenere un pochino di ogni cosa dappertutto.” Backup. L’uomo moderno, sempre più smemorato, funziona esattamente così: lascia un po’ di informazioni in ogni angolo — su un database Notion accessibile da cellulare e PC, in fredde newsletter di URL, tra le note di un’app dimenticata — senza dover ricordare nemmeno dove le abbia lasciate. La madre di Bateson, nella sua fragilità, aveva intuito per necessità quel principio di backup distribuito che l’uomo digitale pratica per pigrizia (🔗 ff.64.3 Solo link che connettono informazioni?; ♾️ ff.72.1 Infinito digitale).
Qui il corpus insiste su una distinzione utile: benessere significa scegliere cosa lasciare fuori. Le note su flow, noia e attenzione convergono su una pratica minima ma robusta: ridurre rumore, aumentare continuità, proteggere blocchi di lavoro profondo (💫 ff.121.1 Le basi del flow; ⏳ ff.44.2 L’infinitudine là fuori). Meno stimoli vuol dire banda mentale restituita. Il mercato del well-being da 1.500 miliardi lo conferma: la salute — fisica, mentale, del sonno — è la nuova economia (📈 ff.35.1 Le proiezioni del mercato del well-being; 💤 ff.35.4 Super-dormita e super-focus).
La coscienza, in fondo, è scegliere su cosa focalizzare la nostra (sempre più bombardata) attenzione. Alexandra Horowitz lo definisce con precisione: “L’attenzione è un discriminante intenzionale e impenitente. È un continuo chiedere cosa sia importante in questo preciso momento per registrare solo quello.” Trasformers? Proprio l’attenzione è un altro carattere comune tra AI e mente umana. ChatGPT è un trasformer, proposto per la prima volta nel famoso paper Attention is all you need. L’architettura che alimenta ogni modello linguistico moderno nasce da un’unica intuizione: la capacità di decidere cosa è rilevante in un flusso di dati. Il cervello umano fa lo stesso, ogni secondo, con miliardi di stimoli sensoriali. La differenza? Noi ci stanchiamo. Il trasformer, no (⚠️ ff.83.2 Stai attento!).
Quanto dura, in ore, quel bombardamento? Per gli adolescenti americani esiste una misura. Nell’ottobre 2023 Gallup ha pubblicato un sondaggio condotto fra il 26 giugno e il 17 luglio su 6.643 genitori e 1.591 figli fra i 13 e i 19 anni, reclutati da un panel probabilistico. Sommando il tempo dichiarato su sette piattaforme, l’adolescente medio passa 4,8 ore al giorno sui social[20], e poco più della metà, il 51%, supera le quattro. La media sale con l’età, da 4,1 ore a 13 anni a 5,8 a 17, e le ragazze restano connesse quasi un’ora più dei ragazzi: 5,3 contro 4,4. Il grosso del tempo va a due servizi di video, YouTube con 1,9 ore e TikTok con 1,5; Instagram si ferma a 0,9, Facebook a 0,3, X a 0,2, WhatsApp a 0,1. I ragazzi passano più tempo su YouTube, le ragazze su TikTok. Gran parte di quelle ore si passa a guardare video su uno schermo piccolo, quello che da anni incassa più dei televisori e dei PC (📱 ff.8.3 Schermi piccoli).
La parte più interessante del rapporto riguarda chi resta connesso più a lungo. Ai ragazzi è stato proposto il questionario sui cinque grandi tratti della personalità, e quello che pesa di più è la coscienziosità, la scala dell’autocontrollo e dell’autoregolazione: il quarto meno coscienzioso passa sui social 1,2 ore al giorno in più del quarto più coscienzioso. Le regole di casa, in ore, contano ancora di più. Quando i genitori si dicono pienamente d’accordo sul fatto di limitare il tempo davanti allo schermo, i figli stanno sui social 1,8 ore in meno di quelli dei genitori del tutto in disaccordo: 3,7 contro 5,5. Si dice pienamente d’accordo un genitore su quattro, senza differenze fra madri e padri; la quota sale al 41% fra i molto conservatori, contro il 23% di moderati e progressisti. Gallup richiama anche un esperimento su giovani adulti pubblicato nel 2022 sull’American Economic Review, secondo cui il 31% del tempo sui social deriva da problemi di autocontrollo. Contro la dispersione esiste un allenamento antico, scrivere, che obbliga a fermarsi e a focalizzare l’attenzione (⏸️ ff.83.4 L’importanza di scrivere e pensare).
I limiti stanno nel metodo. Le ore sono dichiarate dai ragazzi, sono la somma di sette app scelte dai ricercatori e fotografano una sola estate. Il rapporto descrive associazioni: tratti di personalità e regole dei genitori vanno insieme al tempo connesso e, scrive l’autore Jonathan Rothwell, predicono anche una salute mentale peggiore e sembrano spiegare almeno in parte il legame fra social e disagio; i numeri sono rimandati a una seconda parte dell’analisi. Se metà degli adolescenti supera le quattro ore, la mossa controintuitiva è rallentare proprio quando le notifiche accelerano (🦁 ff.141.2 Rallentare se inseguiti da leoni). Una strada concreta la indica la giornalista americana Catherine Price: una guida di 30 giorni per allontanarsi dal loop di notifiche e dopamina[21], nel suo Come disintossicarti dal tuo cellulare (📚 ff.31.1 Una lettura).
Il circuito che Price chiede di spezzare ha una storia lunga. Nel 2010 Paul Graham osservava che superalcolici, sigarette, eroina e crack sono tutti forme più concentrate di predecessori meno capaci di dare dipendenza[23], e che il processo che li produce, il progresso tecnico, accelera: il cibo trasformato dall’allevamento intensivo e dall’industria alimentare, World of Warcraft e FarmVille al posto della dama e del solitario, Facebook che batte perfino la televisione. Grassi e zuccheri, notava la newsletter, fanno rilasciare molta più dopamina (🍔 ff.49.3 Diete e inquinanti). Le società sviluppano anticorpi, ma lentamente: per far diventare le sigarette un’abitudine squallida ci è voluto un centinaio d’anni. Graham ne ricava una regola pratica: se gli altri non ti trovano strano, probabilmente stai vivendo male.
Quindici anni dopo Laurence Pevsner ha dato un nome alla versione AI del problema: il maggiordomo che porge la sigaretta[24], un assistente addestrato a darti tutto quello che fa salire la tua dopamina, che continua a offrirti sigarette anche dopo che hai detto di non volerle. I feed funzionano già così: Pevsner sa che sarebbe più felice guardando soltanto chi segue, eppure passa la maggior parte del tempo nel feed personalizzato. È la distanza che il filosofo Harry Frankfurt metteva fra i desideri di primo ordine, ciò che vogliamo, e quelli di secondo ordine, ciò che vorremmo volere. Le alternative più sane, intanto, durano poco: BeReal, una foto al giorno senza filtri né feed, ha avuto un’estate di gloria nel 2022, Mastodon non è decollato, e il Trust Café con cui Jimmy Wales voleva un’alternativa senza tossicità è fallito.
Ma siamo davvero incapaci di concentrarci, o abbiamo solo cambiato oggetto? Lo storico Daniel Immerwahr, in un podcast con Adam Grant, smonta il mito della crisi dell'attenzione con due osservazioni chirurgiche: nell'Ottocento erano i libri a essere accusati di distrarre — gli stessi libri che oggi veneriamo come simbolo di profondità. E i videogiochi, demonizzati al pari dei TikTok da quindici secondi, generano flow, non distrazione: chi li gioca perde ore nella loro immersività, esattamente come un lettore vittoriano perdeva pomeriggi interi in un romanzo a puntate. La vera domanda è su cosa ci concentriamo — e il panico morale di ogni generazione proietta sui nuovi media le ansie che non riesce a nominare (🎯 ff.132.1 Crisi dell'attenzione?). Se l'attenzione è in migrazione, il disagio più profondo sta altrove. L'angoscia cresce insieme ai mondi generativi paralleli ai social classici. Il paragone storico è illuminante: nel Settecento ci si allenava vent'anni per arare campi, poi arrivò la rivoluzione industriale a rendere obsoleta quella fatica fisica. Oggi accade lo stesso con il cervello. Il 60% dei laureati di Harvard finisce in consulenza, finanza o Big Tech — quello che Rutger Bregman chiama il “Triangolo delle Bermuda del talento”: intelligenze brillanti assorbite da settori che ottimizzano metriche, non significato. Il risultato è una generazione che si sente inutile perché le macchine fanno le stesse cose più in fretta (😰 ff.141.1 Sentirsi inutili nell'era AI).
Prima di cambiare oggetto, l’attenzione ha cambiato regime. Karl Ove Knausgaard, su Harper’s nel giugno 2025, ricorda la prima volta che vide un computer, nel 1984: aveva quindici anni e viveva in una zona poco abitata vicino a un fiume, lontano dalla città più vicina, in un paese dell’estremo nord. Gli stimoli visivi si fermavano ai campi, agli alberi, alle auto sulla strada e all’insegna del negozio che chiudeva alle quattro. C’erano un canale televisivo e due stazioni radio[25], e i giornali erano in bianco e nero; le notizie dall’Iran, dal Sudafrica o dall’Unione Sovietica accadevano lontano, come su un altro pianeta. Quel mondo, scrive, è rimasto la sua forma vera: i suoi romanzi si svolgono negli anni Ottanta e i personaggi non cercano mai niente su Google, e nei suoi sogni, abitati dalle persone di quarant’anni fa, telefoni e internet non compaiono.
Il 60% dei laureati di Harvard finisce in consulenza, finanza o Big Tech — quello che Rutger Bregman chiama il “Triangolo delle Bermuda del talento”: intelligenze brillanti assorbite da settori che ottimizzano metriche, non significato. Il risultato è una generazione che si sente inutile non perché non sa fare nulla, ma perché le macchine fanno le stesse cose più in fretta.
Eppure, in mezzo a questa inutilità percepita, qualcosa non torna. Packy McCormick, nella newsletter Not Boring[9], fa notare un paradosso: l’AGI è alle porte, mandiamo in orbita razzi sempre più grandi, riprogrammiamo le cellule T per combattere i tumori[10] — eppure intorno a noi c’è solo paura e negatività. La ricerca spaziale è vista come passatempo per miliardari, le centrali nucleari chiudono, i progressi nell’AI suscitano timori di perdita di lavoro. Lo show più discusso in TV — The Last of Us — si svolge in un mondo dove il cambiamento climatico ha alimentato un patogeno che trasforma gli umani in zombie. Il sempre brillante Balaji Srinivasan, nel pieno della pandemia, pubblica The Purpose of Technology[11]: un inno alla positività che auspica scienziati creativi, attenti alla divulgazione, progressivi. Delle vere e proprie star. Srinivasan va oltre: serve costruire un ecosistema mediatico decentralizzato, guidato dalla tecnologia — dai tweet agli articoli, dagli articoli ai video, dai video ai lungometraggi. “Una vita intera di contenuti che sostengono la moneta immutabile, la frontiera infinita, l’intelligenza artificiale e la vita eterna.” Anche Imran Chaudhri, cuore del design dietro l’iPhone[12], condivide la stessa visione: i giovani hanno bisogno di inneggiare al Maradona della tecnologia, della positività. Neil deGrasse Tyson non basta. Il senso di futuro fortissimo è esattamente questo: stimolare, divulgare, preparare la società al futuro — il future-forming[13] — un ottimismo fondato sui dati, non sulla retorica (➕ ff.59.3 L’importanza di raccontare storie positive).
In questo vuoto di senso, il capitalismo tenta la sua prossima mutazione. Packy McCormick, su Not Boring, argomenta che le criptovalute e i contratti digitali potrebbero essere la prossima fase di efficientamento del sistema capitalistico[14]. Molecule finanzia la ricerca scientifica attraverso IP-NFTs[15], compensando algoritmicamente chi contribuisce in termini economici o intellettuali. È la promessa di un'economia dove il valore è tracciabile e il merito distribuito dalla blockchain, non dai comitati. Eppure la distanza tra la promessa e la realtà è la stessa che separa un Monna Lisa in versione Majin Buu dal capolavoro originale: la tecnologia può replicare la forma, ma il significato resta una questione umana (🤑 ff.73.6 Una nuova fase per il capitalismo).
Al di là degli algoritmi e degli stimoli digitali, c’è chi cerca l’alterazione percettiva per vie più antiche. Dopo l’ennesima decriminalizzazione — questa volta a Seattle — la psichedelia è tornata al centro del dibattito, non per nostalgia di Woodstock ma per i possibili effetti terapeutici di sostanze come la psilocibina. Le menzioni scientifiche della parola sono aumentate in modo esponenziale, con un picco che ricorda quello del 1968. Lo stato della ricerca suggerisce applicazioni concrete contro depressione resistente e disturbo post-traumatico, come cura (🍄 ff.2.5 Psichedelia portami via).
Le vie antiche passano anche per Milano. Analizzando i femori di persone sepolte nel Seicento nella cripta della Ca’ Granda, l’Ospedale Maggiore della città, il gruppo di Gaia Giordano e Cristina Cattaneo ha trovato tracce di THC e CBD, i due principali cannabinoidi[26], e lo ha pubblicato nel 2023 sul Journal of Archaeological Science. La cannabis non compare nella farmacopea dell’ospedale, e per questo gli autori pensano a un uso non medico. Oggi la stessa pianta, negli Stati Uniti, ha superato l’alcol: fra il 2008 e il 2022 l’uso quotidiano o quasi di marijuana è cresciuto del 269%, quello di alcol è sceso del 7%[27]. La newsletter riportava il Wall Street Journal che si chiedeva se i lavoratori fossero più felici perché fumano più marijuana (🕹️ ff.62.5 Indipendenza e curiosità).
Nathaniel Drew, videomaker dal talento registico raro su YouTube, ha documentato il proprio viaggio psichedelico in Olanda con una sincerità disarmante. La citazione che apre il racconto è di Pierre Teilhard De Chardin: “Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana.” La cinematografia del video eleva il racconto personale a riflessione esistenziale, dimostrando che il confine tra introspezione e arte è sottile quanto quello tra coscienza ordinaria e stato alterato (🍄 ff.2.6 Psichedelia portami via (parte 2)).
Il viaggio in prima persona è diventato anche un metodo di divulgazione. Andy Mitchell, neuropsicologo clinico che ha curato pazienti con malattie rare del cervello, traumi cranici ed epilessia, ha messo alla prova le promesse degli psichedelici prendendone dieci in dieci contesti diversi, da un laboratorio di neuroimaging a Londra all’Amazzonia colombiana passando per la Silicon Valley, fra scienziati e gangster, investitori e truffatori, psiconauti e sciamani. In Italia il libro è uscito come Dieci trip. La nuova realtà degli psichedelici[28], tradotto da Chiara Veltri: un diario in cui chi racconta la sostanza è anche chi l’ha presa.
La stessa molecola arriva dove la medicina aveva smesso di guardare. Su Frontiers in Neuroscience Marcos Lago, Mariana Cerveira e Joe Xavier Simonet documentano un miglioramento funzionale multidominio in un Alzheimer avanzato dopo una dose alta di funghi contenenti psilocibina[19]. La paziente è un’ottantenne nippo-americana: dieci anni di malattia, di cui cinque di declino marcato — linguaggio monosillabico, disfagia, incontinenza urinaria cronica, mobilità solo assistita, affettività appiattita. Dose orale singola di 5 grammi di funghi (varietà Enigma). La fase acuta è sgradevole da leggere: sospetta ipertermia, sudorazione profusa, sonnolenza profonda, uno stato prolungato simile al sonno profondo. Poi, a circa diciannove ore, la donna si sveglia e parla di sé spontaneamente per ore. Giorno uno: vigilanza in aumento, riconosce i familiari. Giorno due: cammina da sola. Giorni due e tre: si veste da sola con iniziativa spontanea, e torna la continenza — pannolini asciutti, anche di notte — dopo più di cinque anni. Giorni sei e sette: richiamo mnemonico contestuale (“Where did Celso go?”), riconoscimento corretto dei veicoli, contatto visivo sostenuto, sorriso reciproco. A un mese la continenza tiene, e in una seconda sessione da 3 grammi la paziente descrive immagini emotive di sé che fa surf con il figlio, e dice “It is pleasant to come here”.
Il titolo dell’articolo mette però in prima parola transient, e gli autori non barano sui limiti: disegno a caso singolo, nessuna scala cognitiva standardizzata — e nemmeno monitoraggio polisonnografico, elettrofisiologia quantitativa, biomarcatori di neuroimaging. Scrivono che “la causalità non può essere stabilita, e le fluttuazioni spontanee tipiche della malattia neurodegenerativa non possono essere completamente escluse”, e che le interpretazioni meccanicistiche “restano speculative”. Sul fronte sicurezza il referto è asciutto: nessun effetto avverso grave persistente, nessuna agitazione prolungata, nessuna instabilità cardiovascolare significativa. Un caso non fa una terapia, e chi lo vende come tale sta vendendo altro. Ma un’assenza di scale è anche il punto cieco che ci portiamo dietro da sempre quando misuriamo una mente che non parla: il metro dello specchio, gli indici di coscienza, i test che costruiamo restano tarati su ciò che noi sappiamo riconoscere (👁️ ff.12.3 Coscienza e intelligenza).
Il meccanismo proposto resta un’ipotesi, e vale la pena leggerlo per quello che è: attivazione del recettore serotoninergico 5-HT2A, con integrità alterata della default mode network e segregazione ridotta, e l’ipotesi che la sostanza faciliti in modo transitorio una reintegrazione funzionale dei sistemi neurali residui — maggiore integrazione globale, desincronizzazione corticale, desegregazione transitoria dei sistemi corticali canonici. Detto altrimenti: si tocca l’elettrofisiologia della rete, non la placca. L’elettricità nel cervello è un canale che continuiamo a riscoprire da quando Hodgkin e Huxley hanno misurato il potenziale d’azione su un calamaro gigante e Neher e Sakmann hanno isolato i canali ionici (🧠 ff.105.2 Rane, cervelli e c-anali ionici). Gli autori citano poi studi preclinici su crescita dendritica e rimodellamento sinaptico — la stessa plasticità su cui esistono già leve più banali e meno esotiche, visto che i neuroni preferiscono il lattato al punto che lo si usa per curare danni cerebrali, e che il lattato prodotto muovendosi promuove la crescita di nuove cellule nervose via BDNF (🍼 ff.120.4 Lattato al cervello?). Resta la domanda scomoda, quella che un aneddoto ben documentato ha il diritto di porre: quanta parte dell’irreversibilità neurodegenerativa è biologia, e quanta è semplicemente assenza di leve che abbiamo smesso di cercare?
Fuori dai laboratori c’è chi la psilocibina la misura su di sé. Bryan Johnson, l’uomo dei protocolli contro l’invecchiamento (💊 ff.49.4 Il superuomo che prende 100 pillole al giorno), ha pubblicato i dati di due dosi e si dice convinto che i funghi magici siano una terapia di longevità[29]. Confrontando i tre giorni prima e dopo la dose, il suo controllo della glicemia sarebbe passato dal 2% migliore della popolazione allo 0,2%, e cinque giorni dopo la prima dose la proteina C reattiva, un indice d’infiammazione, era scesa sotto la soglia rilevabile. È un esperimento su una persona sola, raccontato da lui stesso.
Più in là sta l’ibogaina, un alcaloide estratto da un albero africano, che lo psichiatra di Stanford Nolan Williams considera forse il farmaco più sofisticato del pianeta. È uno psichedelico atipico: lascia intatta la percezione visiva del mondo esterno e fa rivivere i propri ricordi come un terzo[30], con uno sguardo neutro su dove si era e perché ci si è comportati in un certo modo. Dura dalle 24 alle 36 ore, è il più rischioso degli psichedelici, con circa una probabilità su 300 di aritmia cardiaca, e nello studio di Williams su veterani con trauma cranico, depressione e in parte disturbo da uso di alcol ha dato miglioramenti costanti dei sintomi.
Un caso emblematico di come gli algoritmi si siano integrati nella costruzione dell'identità è Spotify Wrapped — il riassunto annuale che la piattaforma confeziona per ogni utente. La nostra passione collettiva per questo report rivela, come ha scritto Kelly Pau su Vox[16], fino a che punto gli algoritmi si siano integrati nel modo in cui concepiamo noi stessi nella cultura del consumo digitale: come marchi da perfezionare. La musica è un'azione intima, legata agli stati d'animo e alle appartenenze sociali; eppure il gesto di condividere il proprio Wrapped sui social trasforma l'ascolto privato in performance pubblica. Scelte di podcast, playlist e generi musicali — insieme a localizzazione e targetizzazione — possono dire molto di chi siamo e quale stato emotivo ci rappresenta in quel momento. Il dettaglio più rivelatore? Nonostante la spinta verso la gender neutrality, per iscriversi a Spotify serve ancora comunicare il sesso, che viene usato come parametro di controllo degli algoritmi: la frequenza di salto delle canzoni varia con il genere[17]. Wrapped diventa virale perché conferma l'illusione che un algoritmo ci conosca meglio di noi stessi — e il brivido di essere letti è più forte del disagio di essere tracciati (🎵 ff.7.5 Spotify Wrapped).
Il rovescio di Wrapped è un sito anonimo. Panama Playlists[31], pubblicato il 29 luglio 2025, mostra gli account Spotify veri di celebrità, politici e giornalisti statunitensi: molti usano il proprio nome, e con un po’ di indagine l’autore dice di poterli attribuire «con quasi certezza». Da più di un anno ne raccoglie le playlist, e alcuni hanno attiva l’impostazione che mostra l’ultimo brano ascoltato: così sa quali canzoni hanno suonato, quante volte e quando. Il nome viene dai Panama Papers, che avevano rivelato conti bancari nascosti; qui vengono fuori i gusti nascosti.
Dagli algoritmi che leggono i nostri gusti musicali ai chip che leggono i nostri pensieri, il passo è più breve di quanto sembri. Azeem Azhar nel libro Exponential discute la voragine che si sta aprendo tra regolamentazione e tecnologia. I chip neurali aggiungono carne al fuoco alimentato da AI, social, robotica e clima. Nita Farahany, professoressa emerita alla Duke University, solleva tre nodi cruciali: raccolta crescente di dati cerebrali (1 miliardo di dollari di investimenti), possibilità di monitoraggio e modifica dei pensieri (come il psicoreato di Orwell in 1984), e necessità urgente di aprire una discussione sulla privacy mentale. Se Spotify sa cosa ascoltiamo e Wrapped lo trasforma in identità, chi proteggerà ciò che pensiamo quando un chip lo registra? (👮 ff.75.4 Polizia mentale).
Una fascia che legge il cervello, intanto, si compra già. FocusCalm[32] è una fascia EEG da 309 dollari che mostra in tempo reale un punteggio di concentrazione: un punteggio basso, spiega il produttore, indica un cervello attivo o stressato. Con un abbonamento si accede a esercizi di neurofeedback, giochi di allenamento mentale e meditazioni, per avere più concentrazione e una mente più calma.
E la stessa attenzione ha una variante stagionale radicale. Dove noi ci lamentiamo che non esistono più le mezze stagioni, vederne settantadue, come in Giappone[18]: Hakuro, la rugiada bianca (8-12 settembre); Tsuchi uruoute mushi atsushi, terra umida e caldo soffocante (29 luglio-2 agosto); Uo kori o izuru, i pesci che fanno capolino dal ghiaccio (14-18 febbraio). Settantadue micro-stagioni sono un protocollo di osservazione — non una curiosità folklorica. Allenano l'occhio a registrare lo scarto quotidiano, lo stesso che l'algoritmo del feed cerca di saturare con stimoli uniformi. (❄️ ff.134.3 Le 72 stagioni giapponesi).