1.2.1 — La carta di credito invisibile
Non demonizziamo la plastica: fa anche del bene, specie per conservare il cibo. Da italiani, poi, dobbiamo esserne un po' fieri — il Nobel per la Chimica di Natta nel 1963. Però, i suoi vantaggi — flessibilità e durabilità chimica — sono anche ciò che ne complicano separazione e riciclo. Google X propone un’AI per categorizzare scarti in base al tipo di plastica[1], e potenzialmente possiamo trasformare le bottiglie di plastica in diamanti[2] (🥤 ff.130.1 Plastic is fantastic). Le fonti principali delle microplastiche sono pneumatici, tessuti sintetici, cosmetici, imballaggi alimentari. Microplastiche disperse in aria possono essere assorbite dalle piante[3], entrando nella catena alimentare. E se volete un Pokédex delle microplastiche, plasticlist.com elenca le microplastiche in quasi tutto[4], dal Vanilla Shake del Burger King al latte Oatly (🗑 ff.130.3 Microplastiche: da dove provengono?). Il resto finisce in discarica, negli oceani o — ed è la scoperta più inquietante — dentro di noi.
Gli effetti sulla salute emergono con chiarezza crescente. Le microplastiche induriscono le arterie, aumentando infiammazione ed eventi cardiaci[5]. In particolare, il DEHP — uno ftalato presente nel PVC — si stima abbia causato 356.000 morti in più per malattie cardiovascolari[6], ossia il 13,5% delle morti totali globali (🩸 ff.130.5 Microplastiche induriscono arterie). L'arte documenta questa crisi: l'artista Mandy Barker cataloga rifiuti oceanici come installazioni museali; il designer Matthew Miller crea mappe socioeconomiche delle microplastiche per rendere visibile l'invisibile (🎨 ff.130.2 Arte riciclabile?).
Ma le microplastiche arrivano anche dal bucato. Ogni anno ingeriamo circa 50.000 microparticelle di plastica, ne inaliamo 100.000 e ne beviamo 90.000[7] (che scendono a 4.000 con l’acqua del rubinetto invece della bottiglia). La sorpresa è nella fonte: il 35% delle microplastiche proviene dai bucati in lavatrice[8]. Al CES, Patagonia ha presentato il Less Microfiber Cycle, un programma di lavaggio che riduce del 54% la plastica rilasciata. Uno studio di OceanWise[9] quantifica i rilasci per tipologia di lavaggio e suggerisce tre mosse concrete: dire no alla fast fashion, lavare meno e a freddo con modalità gentile (responsabile del 70% della riduzione), considerare un filtro per microfibre (🐧 ff.47.3 Lavatrici contro le microplastiche).
Nemmeno il vetro mette al riparo. In uno studio sulle bevande vendute in Francia, riassunto da FoundMyFitness, l’acqua in bottiglie di vetro conteneva in media 4,5 microplastiche per litro[14], il 181% in più delle bottiglie di plastica, ferme a 1,6; la birra in piccole bottiglie di vetro arrivava a 134 per litro. La contaminazione veniva dai tappi metallici, da scaglie della loro vernice a base di poliestere, e pulirli la riduceva fino al 70%. Nemmeno Bryan Johnson, con tutto il suo protocollo, sfugge alla plastica (💀 ff.130.4 La danza macabra): scrive di aver ridotto del 93% le microplastiche nel sangue[15], da 15 particelle a una, con sauna quotidiana, scambio plasmatico totale e meno plastica in casa, protocolli che «potrebbero aver contribuito». In un altro post attribuisce a quindici sessioni di sauna un calo dell’85% delle microplastiche nel liquido seminale[16], da 165 a 20 particelle per millilitro, con un costo: senza ghiaccio, la conta degli spermatozoi mobili è scesa del 56%. È una persona sola che misura sé stessa.
E c’è un segnale strutturale che spesso sfugge al dibattito: il commercio globale di rifiuti plastici è crollato drasticamente nell’ultimo decennio. Per anni, i paesi ricchi hanno esportato i propri scarti in Asia — la Cina era la discarica del mondo. Dal 2018, con il bando cinese alle importazioni di rifiuti (Operation National Sword), la filiera si è spezzata: spedire plastica dall’altra parte del mondo non conviene più. Il risultato è che Europa e Nord America sono finalmente costretti a gestire i propri scarti in casa, con tutto ciò che comporta: impianti da costruire, costi da sostenere, volontà politica da trovare.
Gestire gli scarti in casa vale anche per i cantieri. Nell’Unione europea l’edilizia pesa per il 36% delle emissioni di CO₂ e per il 40% dei consumi di energia, e Amsterdam si è data l’obiettivo di riusare entro il 2030 la metà dei materiali nelle nuove costruzioni. Il nodo è logistico: dove raccogliere, stoccare e ridistribuire quello che esce dalle demolizioni. Uno studio di TU Delft e MIT, uscito su npj Urban Sustainability nel marzo 2024, ha calcolato il numero e la posizione ottimali dei centri circolari per il legno da costruzione[17] nell’area metropolitana di Amsterdam: 29 hub, con un costo di circa 45-46 euro per tonnellata di CO₂ evitata, 21,3 milioni di euro risparmiati rispetto alle configurazioni peggiori e 499 mila tonnellate di CO₂ equivalente in meno, il 94,6% del massimo possibile.
Quanto pesa, in termini energetici, il nostro quotidiano digitale? Considerando tutti i veicoli e la strumentazione elettronica prodotti al mondo, ogni anno utilizziamo per produrre auto, laptop e smartphone rispettivamente 7 EJ, 4,5 EJ e 0,25 EJ. Corretto per la durata di vita del prodotto — non cambiamo l’auto ogni due anni come lo smartphone — le differenze si assottigliano: 0,7 EJ/anno per le auto, 0,45 per i laptop, 0,1 per i cellulari. Ma è nell’uso che il divario esplode: un cellulare consuma 30 MJ in due anni, una macchina 500 GJ in dieci — il che significa che in un anno per spostarsi in auto si usa 3.000 volte l’energia necessaria per alimentare il proprio telefono. Il senso di colpa per lo schermo acceso è mal riposto: sul bilancio energetico del pianeta pesa il garage.
Il conto del digitale cambia anche se lo si divide per il valore prodotto. Azeem Azhar, su Exponential View, nota che l’impronta di carbonio di Google è cresciuta, ma la sua produzione economica è cresciuta molto più in fretta: la sua efficienza carbonica è otto volte migliore della media mondiale[18], e la domanda diventa come estenderla agli altri settori. Per alimentare i server, intanto, i giganti del cloud vanno a prendere l’energia alla fonte. Nel marzo 2024 Amazon Web Services ha comprato da Talen Energy, per 650 milioni di dollari, un campus di data center alimentato direttamente da una centrale nucleare[19]: Susquehanna, in Pennsylvania, 2,5 GW, la sesta centrale nucleare degli Stati Uniti, accesa dal 1983. Sul sito Amazon potrà costruire fino a 960 MW di data center.
L'ondata di calore di marzo 2026 nel sud-ovest USA è probabilmente l'evento termico più anomalo mai registrato[10] per quella latitudine e stagione. Phoenix ha sfiorato i 107°F, battendo il record dal 1895 di 44 giorni. Pesa più l'anticipo stagionale della temperatura assoluta: se la primavera parte con intensità da piena estate, infrastruttura sanitaria, energetica e agricola tarate sul calendario storico arrivano sistematicamente in ritardo. Per seguire queste anomalie quasi in tempo reale, sul pianeta e dove si vive, il climatologo Ed Hawkins segnalava nel febbraio 2024 il lancio di Climate Pulse, lo strumento di Copernicus[20].
Eppure dallo stesso sud-ovest arroventato arriva la risposta più controintuitiva. In Texas — lo Stato-simbolo del petrolio americano — la generazione solare è cresciuta del 41% in un anno, con solare e batterie ormai destinati a dominare il mix anche dove la politica non aiuta[11]: a marzo 2026 le rinnovabili coprono già il 70% dell’elettricità texana. La «carta di credito invisibile» che paghiamo per ogni watt si salda da sola, perché oggi il sole è la fonte più economica: a installarla in fretta è il mercato. E succede anche fuori dall’Occidente: in dodici mesi l’import di pannelli è cresciuto di 33 volte in Algeria, 8 in Zambia, 7 in Botswana[12], un leapfrogging che salta la rete fossile come il cellulare saltò il telefono fisso. La stessa abbondanza che riduce il conto climatico riduce quello geopolitico: in đź—˝ ff.149.5 LibertĂ (da gas e petrolio) avevamo mostrato come il solare svincoli interi Paesi dal gas russo e dal petrolio iraniano — qui quella tesi si misura in megawatt installati.
Una centrale elettrica può anche non avere un camino. Il Rocky Mountain Institute chiama centrali virtuali le aggregazioni, collegate alla rete, di centinaia o migliaia di apparecchi sparsi fra case, uffici e fabbriche: batterie domestiche, auto elettriche e colonnine, pompe di calore, termostati, lavatrici, pannelli sul tetto. Un aggregatore, o la stessa azienda elettrica, li attiva quando la rete ne ha bisogno, e chi li possiede viene pagato per il servizio. Nel rapporto di gennaio 2023 RMI stima che entro il 2030 le centrali virtuali potrebbero tagliare di 60 gigawatt il picco di domanda americano[13], abbassando di 17 miliardi di dollari la spesa del settore elettrico in quell’anno. Nel dettaglio i gigawatt sono 62: 20 dalla domanda flessibile delle case, 17 dalle auto elettriche che spostano la ricarica, 15 da negozi e uffici, 10 dalle batterie dietro il contatore.
Le prove sul campo ci sono già. Durante l’ondata di calore californiana fra il 31 agosto e l’8 settembre 2022 il gestore della rete chiamò a raccolta ogni risorsa disponibile, comprese le centrali virtuali di OhmConnect, Tesla, Sunrun e altri. Quella di OhmConnect, 200.000 iscritti e 250.000 apparecchi comandabili a distanza, li ha attivati in automatico 1,3 milioni di volte in nove giorni e ha girato agli iscritti 2,7 milioni di dollari di premi. In Australia Meridionale, nell’ottobre 2019, una centrale virtuale ha retto la rete quando una centrale a carbone si è staccata lasciando un buco di 748 MW. Che fra i nomi ci sia Tesla non sorprende: anni fa controllava già un quarto della capacità mondiale di accumulo elettrico, 3 GWh, e puntava a moltiplicarla per 500 entro il 2030 (🔋 ff.5.2 Duracell? No, Tesla).
Il vantaggio sta nei tempi e nel luogo. Una centrale a carbone o a gas richiede in media più di quattro anni per essere sviluppata e costruita, mentre alcune centrali virtuali si mettono in piedi in pochi mesi; stanno già accanto a chi consuma e, a rete spenta, possono alimentare case e servizi essenziali. Le cautele le scrivono gli autori stessi: crescere dipende dalle regole dei mercati all’ingrosso, dalle offerte delle aziende elettriche e da una conoscenza ancora scarsa fra clienti e politici, e un dispacciamento guidato solo dal prezzo, con il gas caro, può finire per far lavorare di più il carbone. RMI, poi, non è un osservatore neutrale: con quel rapporto lanciava una coalizione per far crescere proprio questo mercato. Il manifesto tecno-ottimista di Andreessen sognava un’energia gratuita, da dare per scontata come una penna (âž• ff.81.1 Il tecno-ottimismo); le centrali virtuali ci arrivano da un’altra parte, chiedendo a milioni di apparecchi di consumare al momento giusto. E l’accumulo comincia a muoversi: in Cina robot di ricarica da 100 kWh girano per i parcheggi, power bank su quattro ruote (🎾 ff.148.2 Sinner e altri peccati).