1.2.2 — Il nodo gordiano dell'energia
L'energia è il nodo gordiano dell'ambiente. La transizione è in corso, e i numeri sono impressionanti: nel 2020, solare, idroelettrico ed eolico sono state le uniche fonti a crescere nella produzione di energia elettrica, con l'eolico a fare da padrone (+163 TWh). La Cina, come sempre, è su un altro livello: nel 2021 ha installato 227 GW di potenza solare, contro i 140 GW globali dell'anno precedente. I finanziamenti privati nella fusione nucleare hanno superato 1,8 miliardi di dollari con Commonwealth Fusion Systems in testa. L'Agenzia Internazionale dell'Energia identifica il solare come una delle sole tre tecnologie — su cinquanta monitorate — allineate con gli obiettivi climatici del 2030, confermando che la curva di adozione ha superato il punto di flesso. Lo stoccaggio, invece, resta il vero collo di bottiglia: ne parleremo in dettaglio più avanti. Ma ogni transizione ha un lato ombra, e quello cinese è enorme. La Cina è tutt’ora il maggiore emettitore di CO₂ al mondo — un quarto delle emissioni globali — e nel 2021 ha avviato il 52% della costruzione mondiale di impianti a carbone (91 GW)[1]. Eppure ha anche investito più di ogni altro paese nella transizione energetica: 266 miliardi di dollari, 2,4 volte gli Stati Uniti[2]. Per raggiungere il net-zero entro il 2060 le servono 17 trilioni di dollari di investimenti — e il ritmo del 2021, pur record, copre appena l’1,5% del totale necessario. Inquinano o spingono la transizione? Entrambe le cose, simultaneamente, su scale che il resto del mondo fatica a comprendere (❓ ff.42.2 Inquinano o spingono la transizione?). Il nucleare, nel frattempo, torna nell'equazione: la Banca Mondiale ha revocato il divieto storico sui finanziamenti all'energia nucleare[3], e la Cina necessita di 300 GW nucleari ogni 4 anni solo per tenere il passo con la propria domanda energetica[4].
Il caso più eloquente arriva da dove non te lo aspetti: il Texas, stato-simbolo del petrolio, alimenta oggi il 70% della sua economia con rinnovabili in tempo reale, con il gas declassato a semplice backup. È l'arrivismo texano che scopre che sole e vento costano meno del gas, e che la rete tiene anche con percentuali FER oltre il 70% istantaneo. In ❓ ff.42.2 Inquinano o spingono la transizione? l'argomento era quello del costo-opportunità: chi insiste su fonti fossili paga un premio. Il Texas — che non ha firmato accordi climatici, che continua a pompare crude — sta dimostrando per pura economia che il gas è sceso al rango di assicurazione a pagamento.
Se il gas scivola a fare da assicurazione, resta aperta la domanda su chi tenga il carico di base — e la risposta sta arrivando da due direzioni che il dibattito europeo ignora quasi per intero. In Cina è stata realizzata la prima conversione torio-uranio dentro un reattore a sali fusi[34], chiudendo un ciclo che gli Stati Uniti avevano aperto negli anni Sessanta e mai portato a termine: allora un reattore a sali fusi girò con uranio-233 derivato dal torio, ma la conversione dentro il reattore non fu mai completata. Il torio è 4 volte più abbondante dell'uranio, brucia circa il 95% del combustibile contro il 5% e non richiede acqua di raffreddamento. Quel buco di cinquant'anni ha la stessa forma della stagnazione descritta in 💻 ff.50.3 La stagnazione tecnologica: sulla Luna eravamo saliti nel 1969, e ci siamo tornati a sognare solo quando qualcuno ha ricominciato ad abbattere i costi. Il ritardo si recupera costruendo una filiera, che è poi l'argomento della legge di Wright richiamato in 🚀 ff.46.2 Costi astronomici: tanto più produciamo qualcosa, tanto più diventiamo bravi a farlo, e quindi tanto meno costa — con il nucleare come eccezione, fermo dagli anni Ottanta per via della regolamentazione. Intanto la domanda continua a salire: già in 🤖 ff.73.2 La convergenza AI-Bitcoin l'esplosione dell'economia soldi/tempo-calcolo si portava dietro un fabbisogno tale da spingere Microsoft a ragionare su reattori nucleari. Dall'altra parte della filiera energetica Mazama Energy punta a meno di 5 centesimi per kWh dal geotermico avanzato[35], competitivo col gas senza sussidi, moltiplicando per dieci la potenza estratta da ogni pozzo: se la perforazione è la voce di costo dominante, decuplicare la resa per pozzo fa crollare il costo per megawatt. Il carico di base pulito potrebbe arrivare più in fretta dal sottosuolo che dalle batterie. E mentre c'è chi scava, c'è chi torna a insistere sull'angolo più ingrato del settore: la startup italiana GEVI Wind ha integrato l'AI in microturbine eoliche di scala urbana[36], dichiarando un aumento di efficienza del 60% regolando in tempo reale angolo delle pale e velocità. I sistemi leggono dati meteo, flusso del vento e comportamento della turbina per catturare il massimo da ogni raffica. In 🐔 ff.82.2 Polli computazionali le turbine eoliche comparivano come esempio classico di innovazione “ad S”, quella che a un certo punto si appiattisce e smette di regalare guadagni. L'eolico urbano è sempre stato marginale proprio per rese basse: basta il software a rimettere in salita quella curva?
Il geotermico avanzato ha già un candidato alla scala industriale. Nel prospetto per la quotazione depositato alla SEC, Fervo Energy dichiara 658 MW di contratti vincolanti e un accordo quadro da 3 GW con Google[52], mentre il geotermico convenzionale, secondo Rystad, fornisce oggi agli Stati Uniti circa 3,8 GW. Il primo cantiere, Cape Station a Milford, nello Utah, dovrebbe portare in rete i primi 100 MW circa entro l’inizio del 2027; lo stesso sito, secondo l’azienda, ha un potenziale di 4,3 GW.
Il sorpasso è arrivato prima del previsto: le rinnovabili hanno superato il carbone nella generazione elettrica globale. Per decenni il carbone è stato il fondo immobile del mix energetico mondiale, la base load che nessuna alternativa sembrava poter spodestare. Il sorpasso 2025 ribalta la traiettoria. In 🇨🇳 ff.11.2 La Cina fa storia a sé? avevamo misurato la scala della spinta cinese — 227 GW di solare installati nel solo 2024, numeri che rendono obsolete le proiezioni IEA ogni sei mesi. Il treno della transizione è già partito; la domanda è chi arriverà in tempo a salire e chi, insistendo sul carbone come asset strategico, resterà a guardare binari vuoti.
E poi il sorpasso ha bussato anche alla porta più restia. Negli Stati Uniti — l'economia che più di ogni altra ha eretto il carbone a feticcio identitario, e che politicamente continua a difenderlo come asset strategico — il solare ha toccato un massimo storico e il carbone un minimo storico, superandolo per la prima volta nella generazione elettrica nazionale[32]. un intero mese, il primo mai registrato, con il sole davanti al carbone sull'intero mix americano. Il dettaglio politico pesa: se in 🃏 ff.149.3 Texas hold 'em il sorpasso lo guidava un solo stato petrolifero per pura convenienza, qui è l'aggregato federale a cedere, a dispetto di un'amministrazione che del carbone ha fatto bandiera. È la conferma su scala continentale di ciò che ❓ ff.42.2 Inquinano o spingono la transizione? chiamava costo-opportunità: il fossile perde per prezzo. Dopo il sorpasso globale e quello cinese (🇨🇳 ff.11.2 La Cina fa storia a sé?), la tessera americana completa il mosaico: il treno della transizione segue la curva dei costi.
Nel 2020, un anno in cui il mondo si è fermato, le rinnovabili hanno continuato a correre[57]. Solare, idroelettrico e soprattutto eolico sono state le uniche fonti che hanno registrato un aumento nella produzione di energia elettrica. L’eolico ha guidato la crescita con +163 TWh, seguito dal solare (+148 TWh) e dall’idroelettrico (+78 TWh). L’intero calo del carbone è stato assorbito da queste tre fonti. Il nucleare, nel frattempo, ha perso 94 TWh — un dato che merita più di una faccina triste. Come mostra l’IEA nel World Energy Outlook, la transizione energetica cinese è un paradosso che viaggia su doppio binario: leader mondiale nelle rinnovabili e al contempo responsabile della metà della costruzione globale di centrali a carbone.
Eppure la stessa IEA tiene insieme due narrazioni apparentemente contraddittorie. Nel 2023 le emissioni globali di CO₂ hanno raggiunto un nuovo record storico[5] — dato che per molti osservatori è ancora un’epigrafe. Ma l’analisi più raffinata del rapporto indica anche il punto in cui la curva ha iniziato a piegarsi: la crescita delle emissioni del settore elettrico ha rallentato nonostante la crescita della domanda, grazie alla capacità incrementale proveniente da solare, eolico e nucleare. Nel 2019 queste tre fonti a basse emissioni hanno coperto il 40% della generazione globale; nel 2023 si sono avvicinate al 50%. Il record di oggi racchiude, paradossalmente, la prima derivata del declino di domani. Come argomentato nella transizione cinese, il picco si raggiunge proprio quando la curva della tecnologia pulita si impenna.
Ma se il 2020 è stato l’anno delle rinnovabili, il 2021 è stato l’anno della Cina solare. Pechino ha installato 227 GW di potenza solare in un solo anno — una cifra che supera i 140 GW installati a livello globale nell’anno precedente. L’Italia, con 21,6 GW installati, occupa un dignitoso sesto posto nella classifica mondiale. Ma il dato pro capite rovescia le gerarchie: a dominare è l’Olanda, dove la quantità di sole non è certo abbondante. La Cina eccelle in termini assoluti; in termini relativi, resta indietro rispetto a paesi più piccoli e più determinati (🇨🇳 ff.11.2 La Cina fa storia a sé?).
Il sorpasso, del resto, è già avvenuto. Secondo i dati EMBER e IEA, le fonti rinnovabili hanno superato il carbone nella generazione elettrica mondiale — un traguardo raggiunto prima di quanto le previsioni più ottimistiche osassero sperare. Il treno della transizione è partito, e chi non è salito rischia di restare sulla banchina. Intanto, 🗺️ ff.28.3 Google Maps riduce le emissioni mostra come persino un navigatore possa contribuire, suggerendo percorsi eco-friendly che evitano ingorghi e quindi emissioni inutili.
In Europa il sorpasso ha già una storia lunga. Nel 2000 l’elettricità spagnola era fossile per il 56% e veniva da sole e vento solo per il 2%; nel 2026, segnala Jan Rosenow, sole e vento ne coprono il 44% e il fossile appena il 17%[41]: l’incrocio è arrivato nel 2023, e oggi il gas fissa il prezzo dell’elettricità solo nel 15% dei casi, contro l’89% in Italia. Nel Regno Unito, secondo Carbon Brief, le emissioni del 2023 sono state le più basse dal 1879[42]: il 53% sotto il 1990 con un PIL cresciuto dell’82%, e il carbone ai minimi dagli anni Trenta del Settecento. Negli Stati Uniti, ad aprile 2024, l’eolico ha prodotto il 28% di elettricità in più del carbone[43], per il secondo mese di fila secondo i dati dell’EIA, mentre alla COP28 di Dubai gli USA sono entrati con altri 56 paesi nella Powering Past Coal Alliance[44], che si impegna a non costruire nuove centrali a carbone e a chiudere quelle esistenti. La Cina non ne fa parte.
Ma il treno è partito per chi? Secondo l’IEA, 730 milioni di persone nel 2024 non hanno ancora accesso all’elettricità, l’80% concentrate nell’Africa sub-sahariana. In un anno il numero è calato di appena 11 milioni — un ritmo che rallenta proprio quando i guadagni facili sono esauriti e i restanti sono i più difficili da raggiungere: comunità rurali disperse, reti assenti, investimenti troppo rischiosi per il capitale privato. Il paradosso è che il solare costa meno che mai, ma chi ne ha più bisogno non può permettersi nemmeno il pannello. La transizione energetica è anche una questione di ultimo miglio, e l’ultimo miglio è quasi sempre il più costoso (🌴 ff.70.1 La fine dell’estate).
E la generazione distribuita potrebbe avere appena trovato il suo motore. Arbor Energy ha ottenuto un ordine da 1 miliardo di dollari per turbine a CO₂ supercritico stampate in 3D[6], fuel-agnostic: a zero emissioni su gas naturale, carbon-negative su biomassa.
Un dato rende la portata del solare quasi incredibile: i pannelli fotovoltaici occupano lo zero percento della superficie terrestre (arrotondato al centesimo di punto percentuale), eppure producono già il 10% dell’elettricità globale. La densità energetica del solare è tale che raddoppiare l’installato non richiederebbe neppure una frazione visibile del suolo disponibile.
Dietro c’è il prezzo. Fra il 1977 e il 2018 il costo di una cella solare è sceso da 76 dollari a 24 centesimi per watt[45], ricorda Brian Roemmele, e nel 2026 è ancora più basso. Con l’accumulo il conto regge anche di notte: il costo di solare più batterie è calato del 22% in un solo anno[46], fino alla fine del 2024, e per il 2025 Assaad Razzouk si aspettava un altro 20-25%, «la fonte di elettricità 24 ore su 24 più economica e pulita della storia». Elon Musk la riduce all’aritmetica: il solare è il futuro «per chiunque sappia fare la matematica elementare»[47]. In un altro post ricorda che la Terra riceve dal Sole in un’ora circa l’energia che l’umanità consuma in un anno[48], e ai pannelli basta catturarne una piccola parte.
E in Cina il sorpasso si allarga: le rinnovabili hanno smesso di coprire soltanto la nuova domanda e hanno iniziato a erodere la quota di carbone e gas[7]. Il dato è strutturale: 2.073 TWh da vento e sole sono ormai più della somma di idroelettrico e nucleare messi insieme. È il segnale che la curva di Wright per il solare, celebrata come teoria pochi anni fa (🌬 ff.11.1 La rivincita delle rinnovabili?), sta producendo effetti cumulativi sul mix energetico del principale emettitore mondiale.
Il ritmo non è solo cinese. Nel primo trimestre del 2024 l’India ha installato un record di 10 GW di solare[49], cinque volte più dell’anno prima e del trimestre precedente: il 65% di tutto il solare installato nel Regno Unito, in tre mesi. Negli Stati Uniti la FERC prevedeva che la capacità solare su larga scala raddoppiasse in tre anni[50]: 106 GW già costruiti, altrettanti in arrivo, con l’eolico in crescita del 20%. Nel giugno 2024 The Economist si spingeva più in là: il solare prima fonte di elettricità entro il 2030, e prima fonte di energia in assoluto entro il 2040[51].
Se il solare funziona in Cina, sta funzionando anche nei paesi che hanno meno margini di errore. Uno studio della Oxford Smith School[8] quantifica l’impatto in modo schiacciante: tra 2017 e 2022 gli investimenti in rinnovabili nei 100 maggiori paesi in via di sviluppo hanno contribuito 1,2 trilioni di dollari al PIL, pari al 2-5% del loro prodotto lordo. Il solare nei paesi del Sud globale ha generato ricchezza aggregata superiore al petrolio in molti contesti locali. Il che rende la posizione di chi continua a finanziare nuove estrazioni fossili in Africa e Asia sempre più difficile da difendere, anche solo per motivi contabili.
E l’Africa non aspetta il permesso europeo per cambiare rotta. Il decollo del solare in Africa[9] è esploso nei numeri: in dodici mesi le importazioni di pannelli sono cresciute di 33 volte in Algeria, 8 in Zambia, 7 in Botswana, 6 in Sudan, triplicate in Liberia, Congo, Angola, Etiopia. Il continente più soleggiato del pianeta ha smesso di essere il mercato passivo del fossile e sta comprando pannelli come bene di consumo primario. La geopolitica dell’energia cambia segno: mentre l’Europa discute di target 2040 e gli Stati Uniti ondeggiano tra amministrazioni, Algeri e Lusaka acquistano capacità solare per il mercato interno. Il paradosso è che il divario d’accesso all’elettricità in Africa subsahariana resta enorme (📉 ff.1.2 Da 51 miliardi a 0), eppure proprio lì il decollo del fotovoltaico sta avvenendo alla velocità più alta del pianeta. Sotto il boom c’è un dato di concentrazione che vale la pena tenere a mente: 📎 la Cina fornisce oltre l’80% dei moduli solari, il 75% delle batterie e il 60% delle turbine eoliche del pianeta — il decollo africano corre, ma su una supply chain con un solo asse di manovra.
Il dato di concentrazione apre una domanda strategica: chi non controlla la supply chain controlla la propria transizione energetica?
E quando il terreno scarseggia, il solare si allena a galleggiare. Abu Dhabi costruirà un impianto solare galleggiante da 200 MW sulla diga di Chereh in Malesia[10]: Masdar ha firmato il primo tassello di una roadmap da 10 GW col governo malese. Il floating solar aggiunge una risposta elegante all’obiezione classica — “i pannelli rubano terra all’agricoltura” — perché la superficie delle dighe esistenti è già impermeabilizzata, già connessa alla rete e in molti casi riduce l’evaporazione dei bacini idrici. È la stessa logica dei pannelli su tetto, applicata su scala utility. Unita al dato sulla densità d’uso del suolo, sposta la domanda energetica da “dove installiamo?” a “perché non abbiamo ancora coperto ogni diga del mondo?”.
Ricordate quando avevamo solo 100 SMS al giorno e digitavamo con il T9? Oggi abbiamo giga praticamente illimitati. Un simile destino potrebbe accadere all’energia. Se catena manifatturiera e trasporti verranno elettrificati, tutto costerà molto di meno. La fine della stagnazione energetica è visibile dall’aumento di capacità di generazione, arenatasi da inizio 2000 in mancanza di alternative non inquinanti — e questo sta succedendo sia negli USA che in Cina, le due più grandi economie mondiali. Il solare sta “esplodendo”: e non c’entrano le bombe atomiche. Ricorderemo le emissioni di CO₂ come le sigle digitate col T9 (☎️ ff.70.4 Energia, TVTTTBXS).
Ma i numeri del nucleare nascondono un paradosso che sfida l'intuizione industriale. La legge di Wright — formulata nel 1936 dall'ingegnere aerospaziale Theodore Wright — sostiene che più produciamo qualcosa, più diventiamo bravi a farlo: i costi scendono con la scala. Per il solare funziona alla perfezione; per il nucleare, no. Prima del 1980 il costo di un impianto era di 1.175 dollari per kW; oggi supera i 5.000 dollari per kW — un aumento che non ha equivalenti in nessun altro settore energetico. La causa è regolatoria: decenni di paura post-Chernobyl e post-Fukushima hanno prodotto un apparato normativo così denso da invertire la curva di apprendimento. E il costo del combustibile è quasi irrilevante: produrre un terajoule di energia con l'uranio costa appena 20 dollari, contro i 26.000 del gasolio e i 12.000 del gas naturale. La materia prima è quasi gratis; è il permesso di usarla che costa una fortuna. Nel frattempo, la Cina costruirà 150 impianti nucleari nei prossimi sette anni — il 60% della crescita mondiale — superando gli Stati Uniti come primo sistema nucleare al mondo. L'Europa, con l'eccezione della Francia, guarda altrove: la Germania chiude reattori e solo la guerra in Ucraina ha costretto a posticipare alcune dismissioni. Non possiamo dipendere da crisi geopolitiche per concretizzare il futuro energetico (🚀 ff.46.2 Costi astronomici).
ARK Invest ha provato a dare un prezzo a quella densità normativa: secondo un’analisi della società, ostacoli regolatori e ostilità verso l’atomo hanno causato circa 345 miliardi di dollari di sovracosti[53] nella costruzione delle centrali americane, quanto basta a rendere oggi il nucleare meno competitivo del gas. È la co-evoluzione fra tecnologia e società che la newsletter vedeva nel blocco del nucleare dopo Fukushima e nel ripensamento dopo l’invasione dell’Ucraina (🗃️ ff.59.2 Pressioni sociali e burocrazia).
Il conto degli anni buttati è impietoso. Se il nucleare avesse sostituito carbone e gas negli ultimi decenni, avremmo evitato 9,5 milioni di morti e 174 gigatonnellate di CO₂[11]. Storrs Hall, in Where Is My Flying Car?, calcola che dovremmo già avere batterie nucleari: iPhone senza carica, Tesla con autonomia due milioni di chilometri. L’uranio dissolto negli oceani basterebbe per fornire 10 kW a 10 miliardi di persone per 10.000 anni[12], e la tecnologia per estrarlo dal mare è vicina. Le resistenze socio-regolamentali hanno prodotto un ritardo misurabile in vite umane (😭 ff.46.3 Anni buttati).
Produrre un terajoule di energia con l'uranio costa appena 20 dollari, contro i 26.000 del gasolio e i 12.000 del gas naturale. La materia prima è quasi gratis; è il permesso di usarla che costa una fortuna.
Il film Oppenheimer ha riaperto la discussione sul nucleare presso il grande pubblico, ma l’innovazione più concreta arriva dai margini: gli Small Modular Reactors (SMRs)[13], mini-reattori che producono da un decimo a un centesimo dell’energia dei fratelli maggiori. Costano meno, si costruiscono in fabbrica e si trasportano in loco, e soprattutto “spalmano” il rischio — reale o percepito — del nucleare su un numero maggiore di siti, decentralizzando la produzione. La logica è la stessa della miniaturizzazione nei chip: quando un reattore diventa modulare, i costi di serie scendono e l’opposizione locale si ridimensiona. Se il nucleare tradizionale è il mainframe degli anni Sessanta, gli SMR sono il personal computer degli anni Ottanta (☢️ ff.70.2 Oppenheimer: fissione o fusione?).
Intanto la politica torna a scommettere sull’atomo. Lo stato di New York, scrive il Wall Street Journal, costruirà una delle prime nuove centrali nucleari americane da una generazione[54]: oggi ha tre impianti sul lago Ontario, Nine Mile Point, FitzPatrick e Ginna, gestiti da Constellation Energy, circa 3,4 GW che danno il 20% dell’elettricità dello stato e il 42% di quella senza emissioni. L’Unione europea ha messo nel Net-Zero Industry Act i piccoli reattori modulari e il nucleare a minimo scarto[55] fra le tecnologie da sostenere. E c’è chi porta la fissione oltre la rete elettrica: Isaiah Taylor ha presentato Valar Atomics con l’obiettivo di rendere l’energia dieci volte più economica in dieci anni[56], estraendo petrolio e gas «dall’aria» con la fissione.
L’efficienza energetica è anche una questione di miliardari con una tesi chiara. Chris Sacca, 2.378esima persona più ricca al mondo secondo Forbes[14], ha fondato Lowercarbon Capital, un fondo che investe esclusivamente in soluzioni al cambiamento climatico[15]. Nel suo portfolio: Carbon Engineering, che cattura CO₂ dall’atmosfera puntando a 100 dollari per tonnellata, la soglia critica per compensare i costi societari delle emissioni[16]; Lilac Solutions, che estrae litio dalla brina con metodi 3 volte più efficienti di quelli tradizionali[17]; e Solugen, che usa enzimi per convertire zuccheri in sostanze chimiche, classificata tra le 50 aziende più disruptive del 2024 da CNBC[18]. Il serpente della conoscenza è sfuggito (👨🏻🏫 ff.115.1 A lezione con un miliardario).
Ma prima di investire miliardi nella transizione, vale la pena chiedersi: le risorse finiranno davvero? Naval Ravikant[19], investitore e imprenditore indiano attivo negli Stati Uniti, ha affrontato il tema della finitudine delle risorse con una tesi provocatoria: siamo ancora cavernicoli. Per un cavernicolo, pochissime risorse tra quelle oggi disponibili erano utili — il carbone non era una risorsa, il ferro neppure. Le risorse potenzialmente esistono, bisogna sapere come sfruttarle. Il confine tra risorsa e scarto lo traccia la conoscenza. La domesticazione, l’agricoltura, la metallurgia, la chimica, la fisica, i motori e i razzi: ogni progresso ha preso qualcosa che ritenevamo inutile e lo ha trasformato in risorsa. L’uranio è passato dall’essere completamente privo di valore a essere una risorsa energetica straordinaria. E perché tracciare il confine intorno alla Terra? Potremmo estenderlo al sistema solare, alla galassia, all’universo. Le risorse là fuori sono enormi, se sappiamo come raggiungerle (🔚 ff.11.5 Finire le risorse).
Il caso più letterale di quel confine mobile arriva dalla fusione. Marathon Fusion, startup di San Francisco, ha messo in preprint una crisopea industriale: i neutroni da 14 MeV della reazione deuterio-trizio colpiscono il mercurio-198, una reazione (n,2n) lo trasforma in mercurio-197, e con un’emivita di circa 64 ore il decadimento per cattura elettronica lo consegna come oro-197, l’unico isotopo stabile dell’oro. Gli autori stimano circa 2 tonnellate di oro per gigawatt termico all’anno, abbastanza da raddoppiare i ricavi dell’impianto senza toccare la produzione elettrica[38]; nella versione raccontata al Financial Times le tonnellate diventano cinque per gigawatt[39]. L’alchimia rientra dalla porta di servizio della fisica nucleare, e riscrive il conto economico di una tecnologia che nel 1976 davamo per fatta entro gli anni Novanta e che oggi, con ITER, punta al 2035 (⚡ ff.1.6 Fusione Nucleare), dopo aver imparato nel frattempo a farsi controllare il plasma dalle reti neurali (☢️ ff.28.1 Intelligenza artificiale per la fusione nucleare).
La clausola sta in fondo al contratto: se il mercurio di partenza non è isotopicamente puro escono anche isotopi radioattivi dell’oro, da stoccare 14-18 anni prima di poter essere maneggiati. Un lingotto che per quasi vent’anni esiste solo come voce di bilancio. La logica resta quella di Exxon Mobil che brucia in miniera di bitcoin il gas in eccesso che comunque andrebbe in fiaccola — e quel sottocapitolo il paragone con l’industria dell’oro lo faceva già (💦 ff.24.4 Minare con gas): energia che non trova un mercato viene convertita in un asset che un mercato ce l’ha sempre, la stessa fuga verso una riserva di valore che spinge i paesi in cerca di indipendenza finanziaria a comprare dollari digitali (💳 ff.135.4 America, Nigeria e criptovalute). Il preprint, però, non ha ancora passato la peer review: per ora l’oro è sulla carta quanto lo è la fusione commerciale.
La transizione energetica ha due nemici: la stagnazione e l’eccesso. Da un lato, minori sprechi e consumi più sobri sono auspicabili; dall’altro, non sono l’unica risposta a un futuro davvero fortissimo. I “costi fissi” del welfare, dell’istruzione e della sanità — se portati agli standard del primo mondo per tutta la popolazione terrestre — rappresenterebbero da soli metà delle emissioni globali. Mangiare solo cavallette e bloccare tutti in casa non è un’opzione praticabile. Serve la tecnologia. Con energia solare ed eolica è possibile compensare le emissioni quotidiane e ridurre il senso di colpa da consumi: per produrre una turbina eolica si generano 30 tonnellate di CO₂, ma la stessa turbina nei suoi vent’anni di vita ne previene 500 — l’equivalente di quarant’anni di stile di vita britannico. In futuro, un sistema preciso di tracking dei consumi e di investimento nelle rinnovabili permetterà a ogni cittadino di raccogliere crediti ecologici da spendere in voli e bistecche a cuor leggero.
E il conto della transizione, in cifre concrete, arriva dagli analisti del capitale. Un report di Goldman Sachs pubblicato in occasione della COP26 ha messo un prezzo preciso sullo scenario che limita il riscaldamento a 1,5°C: circa 50 trilioni di dollari da qui al 2050, con punte di 3 trilioni all’anno — e quella cifra comprende soltanto le infrastrutture fisiche. Centrali di nuova generazione, stazioni di ricarica, reti di trasmissione adattate alla generazione distribuita, impianti di cattura diretta della CO₂. A confronto: la spesa militare globale nel 2024 ha superato i 2,4 trilioni — quasi la stessa scala annuale richiesta dalla transizione. Ma lo scenario cambia ogni mese. La Cina ha aggiunto 434 GW di eolico e solare nel 2025[20], coprendo con il rinnovabile tutta la nuova domanda elettrica e riducendo per la prima volta dell’1% il consumo di carbone. Quattrocentotrentaquattro gigawatt in un anno: più della capacità elettrica totale di molti paesi europei messi insieme. Se un singolo paese può capitalizzare un quarto della roadmap Goldman in dodici mesi, la quota mancante diventa una questione di volontà politica.
La decarbonizzazione domestica ha un campione silenzioso: la pompa di calore. Sostituire una caldaia a gas con una pompa di calore a CO₂ può tagliare quasi 3.000 kg di CO₂ all’anno dalle emissioni di una singola famiglia. Per mettere il dato in prospettiva: un cheeseburger del McDonald’s contiene l’equivalente energetico di 80.000 richieste a ChatGPT. L’AI che ci terrorizza per i suoi consumi energetici è un rounding error rispetto al panino che mangiamo a pranzo. Il senso di colpa digitale è l’ennesima distrazione da ciò che conta: riscaldamento, trasporti, alimentazione. Come già visto per i 0️⃣ ff.26.2 Siti web a impatto zero (quasi), l’impatto del digitale esiste ma va contestualizzato; e come emerge dalla contabilità ecologica di 💲 ff.58.4 Spendere un dollaro, la frugalità resta il primo strumento di riduzione. Lo stesso Mike Berners-Lee ci ricorda che possiamo convertire ogni attività in minuti di inquinamento (🕹️ ff.58.2 Minecraft delle emissioni): se giocare a Minecraft inquina meno di una bistecca, forse il problema non è lo schermo.
E chi pensa che il costo climatico sia remoto, faccia bene i conti. Secondo un recente documento di lavoro NBER, i danni climatici sono sei volte maggiori del previsto: ogni grado Celsius in più cancella il 12% del PIL globale[21]. Contestualizzare: se un 🎶 ff.61.4 Un abbonamento stile Spotify per il mondo potrebbe permettere a ciascuno di compensare le proprie emissioni, il conto aggregato dei danni suggerisce che la compensazione individuale non basta: servono politiche di scala planetaria.
La transizione energetica tocca anche il mondo digitale. Nel primissimo numero di futuro fortissimo avevamo segnalato l’impatto ambientale di Bitcoin, che consuma come la Finlandia. Grazie al passaggio al Proof of Stake, Ethereum ora gestisce contratti digitali consumando molto meno: il consumo annuo in TWh vede YouTube a 244, l’estrazione dell’oro a 170, i datacenter globali a 78, Ethereum nella vecchia versione PoW a 34 e — col nuovo metodo PoS — appena 0,003, meno di PayPal. Se la blockchain ha un peccato originale energetico, la redenzione tecnologica è possibile: basta cambiare il protocollo di consenso.
Prima ancora del salto al Proof of Stake, però, era stata la geografia dell’estrazione fossile a inseguire la curva del mining, non viceversa. Exxon Mobil ha portato in North Dakota i suoi rig di calcolo accanto ai pozzi del Bakken[33]: il gas associato al petrolio, troppo distante dai gasdotti per essere economicamente immesso in rete, veniva fino a quel momento bruciato a cielo aperto in flaring. Lo stesso metano, inviato a un container di ASIC, viene ora convertito in hash — con la stessa CO₂ che sarebbe finita in atmosfera comunque, ma in cambio di lavoro computazionale invece di pura combustione. Il dato di scala chiarisce la posta: nel 2022 la rete Bitcoin operava con una potenza di calcolo stimata 500.000 volte superiore al più grande supercomputer del pianeta, e il flaring globale rilascia ogni anno l’equivalente di tutta la domanda di gas dell’Africa subsahariana — uno spreco geologico che il mining ha trasformato, almeno in parte, in carico utile. È arbitraggio termodinamico: la stessa logica con cui il 🇨🇳 ff.11.2 La Cina fa storia a sé? ha integrato fotovoltaico nei deserti dello Xinjiang — mettere il calcolo dove l’energia altrimenti si sprecherebbe (💦 ff.24.4 Minare con gas).
Ma se la blockchain si è alleggerita, il training dei grandi modelli AI pesa sempre di più. Cinquanta milioni di GPU H100 a pieno regime assorbono circa 35 GW, circa il due per cento del consumo elettrico globale[22]. Il due per cento equivale all’intera domanda elettrica annuale di un paese di medie dimensioni dedicata esclusivamente a silicio che moltiplica matrici. Se Ethereum in Proof-of-Stake gira a 0,003 TWh, le GPU di frontiera viaggiano a un ordine di grandezza superiore di quattro zeri. Il parallelo con il paragrafo sui cheeseburger e ChatGPT — 80.000 prompt valgono un panino — regge solo a bassi volumi: quando la stessa azienda effettua trilioni di richieste al giorno su modelli di frontiera in continuo training, l’argomento del rounding error perde piede. La partita energetica dei prossimi cinque anni si giocherà anche qui: a che costo il 2% diventi 5% o 10% — e se la crescita della capacità rinnovabile seguirà la curva esponenziale del silicio. La decarbonizzazione del calcolo è la prossima frontiera della decarbonizzazione tout court.
E il training è solo la punta dell’iceberg: sotto pelo d’acqua cresce il carico continuo dell’infrastruttura. Il Power Report 2026 di Bloom Energy proietta il carico dei datacenter statunitensi a 144 GW nel 2028, quasi il doppio degli 80 GW del 2025, con il solo Texas a 40 GW — circa il 30% del totale nazionale[37]. Il datacenter smette di essere un inquilino della rete e diventa industria pesante che sceglie dove vivere in base a dove trova elettroni a buon mercato: lo stesso Texas che abbiamo appena visto correre sul solare (🃏 ff.149.3 Texas hold 'em) è la geografia che attira il calcolo, la nuova Pittsburgh dell’AI. Il 2% delle GPU di frontiera misurava la punta del training; il carico di inferenza e raffreddamento — quello che raddoppia in tre anni — è l’onda vera sotto la cresta (🌊 ff.135.2 Onda (anomala) energetica). Se la domanda di calcolo si radica dove l’energia costa meno, la mappa dei datacenter diventa la mappa della rete: chi controlla i gigawatt controlla l’intelligenza?
Ai data center, però, manca anche il cavo per collegarsi. Negli Stati Uniti, scrive Camus Energy in un articolo aggiornato al 13 ottobre 2025, collegare un nuovo data center alla rete può richiedere da 5 a 8 anni[40], e molti progetti restano fermi a tempo indefinito per vincoli a monte: nella generazione, nella trasmissione o nella distribuzione locale. A Memphis il data center proposto da xAI ha fatto notizia per il piano di alimentarsi con generatori a gas sul posto invece di aspettare la rete; neanche questa strada è rapida, perché GE Vernova avrebbe già venduto tutti i suoi generatori industriali a gas fino al 2028. Ed è una strada costosa e ad alte emissioni. Qualche anno fa il collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale sembrava la potenza di calcolo, con l’embargo americano sui prodotti per il calcolo destinati alla Cina (🐌 ff.42.3 Bastoni tra le AI-ruote); oggi una parte della strozzatura sta nella presa di corrente.
La proposta di Camus si chiama connessione flessibile. Il data center accetta di ridurre il prelievo nei rari momenti di stress della rete e in cambio si accende in 12-18 mesi invece di 5-8 anni. Camus la tiene distinta dalla risposta alla domanda, che taglia i picchi a siti già collegati: la connessione flessibile entra prima, dentro lo studio di allaccio, e permette all’azienda elettrica di dire sì a progetti che i vincoli dell’infrastruttura terrebbero fermi. Nella versione più dinamica il gestore prevede la capacità disponibile con 48 ore di anticipo e aggiorna ogni ora un tetto in megawatt, che arriva al sistema di gestione dell’energia del sito; batterie, generatori o carichi spostati nel tempo fanno il resto. Si può anche salire a gradini: un sito da 75 MW parte con 25 MW garantiti dalla rete e il resto prodotto sul posto, poi l’azienda elettrica alza la quota man mano che la rete viene potenziata.
Il margine, secondo Camus, esiste. Molte sottostazioni fra trasmissione e distribuzione lavorano in media al 50% della capacità nominale, con picchi all’80-90%. L’articolo cita uno studio secondo cui si potrebbero allacciare 98 GW di nuovo carico con riduzioni dei consumi sotto lo 0,5%, e casi reali in cui un limite fisso di 25 MW è salito a 75 MW e oltre. «La rete regge molto più di quanto sembri, se la gestiamo in modo dinamico». A scriverlo è però un’azienda che vende proprio la piattaforma per farlo. Sam Altman descriveva l’intelligenza artificiale come sabbia fusa e incisa in chip, attraverso cui far passare energia (🆕 ff.103.3 La nuova Era dell’Intelligenza); il passaggio più lento da costruire, a quanto pare, è l’ultimo. E un’elettricità stabile, che in Europa diamo per scontata, resta un privilegio statistico per la maggioranza degli 8 miliardi di persone sulla Terra (👽 ff.142.1 Siamo noi gli alieni).
E il quadro climatico chiude la cornice. Nel sud-ovest degli Stati Uniti, l'anno scorso, un'ondata di calore ha fatto segnare temperature come a metà giugno già in primavera, quando a Bergamo il marzo era ancora freddo. Il futuro è una proiezione dell'oggi: se il sole scalda sempre di più pianeta e oceani — anche per la riduzione delle emissioni di solfiti — la stessa fonte che surriscalda può diventare quella che ci salva, mettendo in luce gli sviluppi che rendono plausibile un futuro energetico diverso un'ondata di calore ha fatto segnare temperature come a metà giugno[23]. (3️⃣ ff.149.1 Dammi tre parole…).
Per misurare l'accelerazione serve una breve guida di grandezze. Un gigawatt che produce per un anno (8760 ore) dà 8,76 TWh, ovvero l'equivalente del fabbisogno di 450.000 famiglie italiane. I 510 GW di nuova capacità aggiunti nel 2025 coprono, a regime, la produzione elettrica combinata di India e Brasile. Il solare globale a 2.392 GW pesa ormai il 10% dell'elettricità mondiale, che a sua volta rappresenta il 20% dell'energia totale consumata. Senza questi righelli, ogni titolo sul picco rinnovabili resta un'etichetta senza scala Una questione di ore…[24]. (🧮 ff.149.2 Una questione di ore…).
Il Texas, da sempre simbolo del petrolio americano, ha visto nel 2025 un aumento del 40% della produzione solare, con un picco di 7 TWh ad agosto (circa 1 GW, le solite 450.000 famiglie italiane); aggiunti i 15 GW da vento, si arriva al punto in cui a marzo 2026 le rinnovabili coprono il 70% dell'elettricità texana[25] — un dato che riscrive il significato stesso della geografia energetica americana. E la Cina fa il resto: le sue top aziende hanno contribuito per oltre 125 GW di eolico, 25 dei quali installati fuori dai confini nazionali. (🃏 ff.149.3 Texas hold 'em).
E il collo di bottiglia diventa l'installazione. Maximo, sviluppato da AES e supportato da NVIDIA, ha appena completato 100 MW di pannelli solari in California[26]: installa un pannello al minuto, 480 pannelli al giorno, 9.600 pannelli al mese. Alla potenza di 500 W per modulo, sono 4,8 MW al mese — circa 2.500 famiglie italiane servite da un solo robot. Il ritmo dell'installazione rinnovabile, fino a ieri limite umano, diventa adesso funzione della flotta robotica dispiegata in campo. Già nel 2021 la newsletter attribuiva a sistemi di installazione automatizzati e sicuri[58] una parte del calo dei costi di installazione (🦾 ff.11.3 I robot ci assistono). (🤖 ff.149.4 Andare al Maximo).
Il solare è anche un'opportunità geopolitica: ridurre la dipendenza da gas russo o petrolio iraniano. Quando lo stretto di Hormuz si è irrigidito, l'Egitto ha visto raddoppiare il costo dell'energia in due mesi[27] e potrebbe salvarsi solo con l'eolico cinese. Ma la stessa Cina, per ridurre la propria esposizione sugli import, sta valutando di bloccare gli export del solare verso gli Stati Uniti. Resta da scegliere da quale fornitore dipendere: Maximo o Trump, Pechino o Riyad. (🗽 ff.149.5 Libertà (da gas e petrolio)).
Per capire la soglia raggiunta, vale la pena guardare il filmato: Maximo: robot autonomo che installa pannelli solari in campo aperto[28], posizionando singoli moduli senza operatore umano. Se un robot come Maximo piazza moduli 24/7 a costo quasi zero, il collo di bottiglia della transizione si sposta sulla logistica di campo.
E il net-zero occidentale è fisicamente cinese. Secondo Semafor Energy, la Cina fornisce il 80%+ dei moduli solari[29], il 75% delle batterie e il 60% delle turbine eoliche mondiali: la transizione globale dipende dalla sua supply chain. Decarbonizzare significa, ad oggi, importare moduli, celle e magneti dallo stesso paese che si sta cercando di contenere — una tensione tra sovranità e pragmatismo che sarà il vero test politico del decennio.
Il paradosso energetico del Texas si fa istituzionale: lo stato del petrolio alimenta ormai il 70% della sua economia con rinnovabili in tempo reale[30], relegando il gas al ruolo di backup di punta. Il significato politico supera quello tecnico: se la transizione tiene in un contesto culturalmente ostile, la curva di adozione è diventata economica prima che ideologica, e il gas si ritrova nel ruolo dell'ammortizzatore.
Un numero che restituisce la densità della rivoluzione solare: i pannelli fotovoltaici occupano lo zero per cento della superficie terrestre[31] (arrotondato al centesimo) ma producono il 10% dell'elettricità globale. Il solare è l'unica tecnologia energetica con un rapporto superficie/output così squilibrato, e la domanda aperta riguarda cosa succede al sistema quando lo si raddoppia ancora.