1.2.4 — Alberi, acqua e biodiversità
La fusione nucleare è la promessa perenne dell'energia: sempre a trent'anni di distanza, dice il vecchio scherzo. Ma qualcosa è cambiato. Un gruppo di ricercatori di DeepMind ha pubblicato su Nature un risultato che sposta il confine: un sistema di Deep Reinforcement Learning capace di controllare in tempo reale la posizione e la forma del plasma all'interno di un reattore tokamak, sostituendo i calcoli di fisica computazionale che tradizionalmente richiedono millisecondi preziosi tra una correzione e l'altra. L'intelligenza artificiale non si limita a replicare le configurazioni note — esplora forme di plasma mai tentate, inclusa una geometria a “fiocco di neve” che distribuisce il calore in modo più uniforme sulle pareti del reattore. Se la fusione è il Santo Graal dell'energia, l'AI potrebbe essere il cavaliere che finalmente lo trova (☢️ ff.28.1 Intelligenza artificiale per la fusione nucleare). Eppure, mentre inseguiamo il sole artificiale, rischiamo di perdere di vista quello vero — o meglio, di idealizzarlo. La scienza conferma che camminare nel verde riduce la ruminazione mentale legata alla depressione, che respiriamo fitoncidi capaci di abbassare il cortisolo, che lo shinrin-yoku giapponese — il bagno di foresta — produce effetti misurabili sul sistema immunitario. Ma Paolo Cognetti, ne Le otto montagne, ci ricorda una verità scomoda: chi vive davvero in montagna non dice mai “Natura” con la maiuscola reverenziale dei cittadini. Dice bosco, pascolo, torrente — parole concrete, senza aura mistica. Nella nostra frenesia digitale, abbiamo trasformato il verde in un'astrazione terapeutica, un antidoto da consumare come un integratore. Forse il rischio piĂą sottile del cambiamento climatico è perdere anche la capacitĂ di nominare gli ecosistemi con precisione (💚 ff.51.1 L'affabulazione per il verde). E a proposito di precisione nella rappresentazione della natura: qualcuno si è preso la briga di verificare se l'idrologia di Skyrim — il videogioco con oltre 60 milioni di copie vendute — fosse idrogeologicamente corretta, risalendo i fiumi virtuali fino alle sorgenti per verificare la coerenza del ciclo dell'acqua nel mondo di Tamriel. Il risultato è sorprendente: la simulazione tiene, almeno quanto molte delle nostre narrazioni sul “verde”. Quando un videogioco rispetta la gravità meglio del dibattito pubblico sull'ambiente, forse è il momento di ripensare chi racconta davvero la natura. La distopia biologica, però, è giĂ qui, nei nostri cortili. A Lopburi, in Thailandia, scimmie organizzate in bande presidiano i gelatai e attaccano i bambini per rubare il gelato — un reminder evoluzionistico che la fauna urbana è adattativa. A Varanasi, animali si aggirano tra il fumo e le pire funerarie, il cibo si mescola ai resti e alla città. E la biologia non smette di sorprendere nemmeno nel campo più insospettabile: il calcolo. Il batterio E. coli — sì, quello del tratto intestinale — è stato impiegato per risolvere un labirinto[1]. I ricercatori hanno costruito una scacchiera chimica 2×2 e distribuito sei circuiti genetici sintetici (porte logiche AND) tra sei popolazioni batteriche. Se in una zona del labirinto mancavano i composti chimici target — cioè la via era sbarrata — i batteri non esprimevano proteine fluorescenti, segnalando un percorso non risolvibile. Le sei popolazioni, mescolate in un’unica coltura, funzionavano come un risolutore computazionale biologico, capace di esprimere o meno quattro proteine fluorescenti diverse a seconda delle sedici combinazioni di ingresso. La Settimana Enigmistica, insomma, è fuori dal reame delle cose che solo l’uomo sa fare. Se un organismo unicellulare può risolvere un problema combinatorio con circuiti genetici, il confine tra substrato biologico e substrato digitale è più sottile di quanto pensiamo — un confine che la robotica e l’AI stanno esplorando dall’altro lato (; [1] 🦠 ff.4.5 Microbi computazionali?).
Non siamo più nel territorio delle anomalie stagionali: l'ondata di calore di marzo 2026 nel sud-ovest USA è probabilmente l'evento termico più anomalo mai registrato in qualsiasi stagione. Phoenix ha sfiorato i 107°F (42°C) con 44 giorni di anticipo rispetto al record storico 1895. In 🥵 ff.34.4 Ripensare le città: caldo l'aveva anticipato l'Agenzia Spaziale Europea: le città occidentali non sono progettate per questo gradiente termico. Il calendario climatico sta sbandando; le infrastrutture urbane — dall'asfalto alla rete elettrica per i condizionatori — pagano il conto in blackout e morti per disidratazione. Il cambiamento climatico è giĂ qui con 44 giorni di anticipo.
Ma il batterio non è l’unico organismo capace di calcolo. Il Physarum polycephalum — una muffa melmosa, gialla, dall’aspetto poco rassicurante — è stata utilizzata per cercare il percorso più corto in grado di connettere più regioni, risolvendo di fatto il celebre Traveling Salesman Problem — uno dei problemi più duri dell’informatica, noto come NP-hard. I ricercatori hanno posizionato del cibo per rappresentare le città da collegare e gradienti di luce (che respingono la muffa) per simulare ostacoli e barriere topografiche. Il risultato è sorprendente: la muffa ha ricreato una rete paragonabile per efficienza, tolleranza ai guasti e costi alla metropolitana di Tokyo. Un sistema biologico che ottimizza trasporto e connessioni semplicemente cercando di sopravvivere al meglio — senza algoritmo, senza processore, senza elettricità. Se l’E. coli risolve labirinti con circuiti genetici, il Physarum disegna reti metropolitane con la fame: il confine tra calcolo e biologia è ancora più sottile di quanto i microbi computazionali suggeriscano.
Una muffa disegna reti, un batterio esce da un labirinto. Nella foresta torbosa di Suaq Balimbing, nel Parco nazionale del Gunung Leuser, in Indonesia, un orango di Sumatra ha fatto qualcosa di più vicino a noi: si è medicato una ferita al volto con una pianta[11]. Si chiama Rakus, è un maschio adulto, e il 22 giugno 2022 i ricercatori lo trovano con una ferita fresca sul lato destro del viso, forse in una lotta con un altro maschio. Tre giorni dopo Rakus comincia a mangiare foglie e fusto di una liana, Fibraurea tinctoria. Tredici minuti più tardi mastica le foglie senza inghiottirle e con le dita spalma il succo sulla ferita, più volte, per sette minuti; poi copre tutta la ferita con la poltiglia verde. Il 30 giugno la ferita è chiusa, senza segni di infezione; il 19 luglio resta una cicatrice leggera. Lo studio del Max Planck Institute of Animal Behavior, uscito su Scientific Reports nel maggio 2024, lo presenta come il primo caso documentato in modo sistematico di un animale selvatico che cura una ferita con una pianta nota per contenere sostanze biologicamente attive.
La liana fa parte della dieta degli oranghi del posto, ma la mangiano di rado: lo 0,3% di 390.000 osservazioni di alimentazione. Nel Sud-est asiatico la stessa pianta è usata nella medicina tradizionale contro dissenteria, diabete e malaria, e contiene sostanze antibatteriche e antinfiammatorie. Gli autori leggono il gesto come intenzionale: Rakus ha trattato solo la ferita, più volte e a lungo. Da ferito ha anche riposato di più: il 33% del tempo, contro il 14,8% di prima, per scendere al 23,6% dopo la chiusura della ferita. Anil Seth lega l’esperienza del mondo e di sé a una spinta biologica a restare vivi, con ogni cellula del corpo che rigenera le condizioni della propria integrità (👁️ ff.12.3 Coscienza e intelligenza). Noi, per un piano di recupero e una rassegna su collagene e vitamina C per la ricrescita dell’osso, ci rivolgiamo anche a ChatGPT (🤹 ff.124.4 ChatGPT tuttofare).
Le cautele sono degli autori. Della medicazione non ci sono foto né video, solo le note di campo, e la pianta è stata identificata dalle fotografie, senza un campione raccolto. E in 21 anni e 28.000 ore di osservazione a Suaq nessun altro orango è stato visto curarsi così. Lì ci si ferisce poco: c’è molto cibo, la tolleranza sociale è alta e le lotte sono rare. E Rakus non è nato a Suaq: il gesto potrebbe essere diffuso nella popolazione da cui viene. Gli autori ipotizzano che il gesto sia nato per caso, toccando la ferita mentre mangiava e sentendo calare il dolore, e che possa passare da un individuo all’altro, perché gli oranghi imparano guardando gli altri. Fra gli umani, la cura delle ferite compare probabilmente per la prima volta in un manoscritto medico del 2200 a.C.; per gli autori è possibile che un comportamento simile esistesse già nell’ultimo antenato comune fra noi e le grandi scimmie.
Contro le malattie portate dagli insetti si può usare un’altra biologia. A Singapore un trial pubblicato sul New England Journal of Medicine ha liberato in otto quartieri zanzare Aedes aegypti maschio infettate dal batterio Wolbachia: le femmine selvatiche che si accoppiano con loro producono una prole non vitale. Altri sette quartieri hanno fatto da controllo. Dal terzo mese le femmine adulte catturate per trappola erano in media 0,041 contro 0,277, e nei quartieri trattati i test positivi alla dengue erano il 6%, contro il 21% dei quartieri di controllo[12], una protezione del 71-72%. C’è anche chi le zanzare le caccia una a una: la startup Tornyol, entrata in Y Combinator, costruisce micro-droni che uccidono le zanzare[13] e ricorda che le malattie che trasmettono uccidono 700 mila persone l’anno. I primi droni li prova con chi vuole serate all’aperto senza punture, prima di portarli dove, scrivono i fondatori, sbagliare non è permesso.
Anche il canto può contenere un dato. Benn Jordan ha trasformato un’immagine PNG in uno spettrogramma e l’ha fatta ascoltare a uno storno: l’uccello l’ha imparata e ripetuta[14], conservando un’informazione visiva dentro un canto. E i modelli che ascoltano la natura passano da una specie all’altra: Google Research ha usato Perch 2.0, il modello bioacustico di Google DeepMind addestrato sui versi degli uccelli, per distinguere le vocalizzazioni complesse delle balene[15], sfruttando quello che il modello aveva già imparato per accelerare la ricerca sul mare.
La biodiversità si può perfino progettare. Il biologo vegetale Nick Desnoyer, racconta Niko McCarty su Asimov Press, vuole disegnare e creare mille fiori unici[16], soprattutto nel tempo libero: prima la scultura genetica, che decide forma e morfologia del fiore, poi la pittura genetica, che con geni di pigmenti e motivi colora la tela scolpita. Il numero viene dalla storia di Sadako Sasaki, la bambina di Hiroshima che decise di piegare mille gru di carta. I fiori veri, intanto, reggono un’economia: in una puntata del TED Radio Hour, riassunta da Podcast Notes, le api impollinano oltre 70 colture fra frutta, verdura e frutta secca[17], per più di 100 miliardi di dollari di produzione ogni anno, e più varietà di piante attorno all’alveare vuol dire alveari che riescono meglio.
Si scia solo se c'è neve — e la neve, prima di essere un problema climatico, è soggetto d'arte. The Cultural Tutor ha raccolto in un thread i dipinti di inverno più belli della storia, aprendo con The Hunters in the Snow di Pieter Bruegel il Vecchio (1565). Sotto il titolo ironico c'è il punto culturale: l'iconografia della neve attraversa cinque secoli e sparisce nell'arte solo dopo che sparisce nel paesaggio. L'archivio visivo diventa così un termometro lungo delle stagioni perdute. Neve, la neve![3] (❄️ ff.43.2 Neve, la neve!).
When in doubt, zoom out: le stime sugli ultimi 22 mila anni mostrano che la fine dell'ultima glaciazione ha portato un +4°C globale, innescato da un cambio delle correnti oceaniche che ha alzato la CO2 atmosferica, favorito la crescita vegetale e a sua volta chiuso la glaciazione. 20 mila anni fa il pianeta aveva metà della vegetazione odierna, e un'atmosfera più ricca in CO2 aumenta l'efficienza fotosintetica fino al plateau dei 1000 ppm. La scala profonda ricalibra: ogni discussione sul clima attuale va letta dentro una serie lunga dove il forcing umano fa oggi quello che facevano le correnti oceaniche. Gli ultimi 22k anni di termometro terrestre[4] (🦣 ff.56.1 Gli ultimi 22k anni di termometro terrestre).
La biodiversità che difendiamo nei parchi nazionali ha un cugino microscopico nei nostri cortili, e la scienza inizia a misurarlo con precisione. Uno studio pubblicato su Science Advances ha mostrato che sostituire la ghiaia con foreste in miniatura negli asili nido aumenta in soli 28 giorni la diversità del microbioma cutaneo dei bambini, riducendo i biomarker di infiammazione e malattie auto-immuni [asili svedesi sperimentali][5]. Quattro settimane di terra, foglie e radici al posto del ghiaino sterile bastano a riprogrammare il sistema immunitario di un bambino: la biodiversitĂ serve anche agli organismi che abitano gli ecosistemi, dall'interno. E se la spostiamo in casa? Una singola pianta in vaso[6] è sufficiente a ripopolare di microbi benefici un appartamento, mentre i Roomba aspirano il resto. Il paradosso suona stridente: gli ambienti indoor possono risultare più inquinati di quelli outdoor, soprattutto per i composti organici volatili (VOC) rilasciati da plastiche e detergenti [indoor vs outdoor][7]. Una pianta li riduce[8]. Il filo regge anche all'aperto: la stessa logica con cui Cognetti rifiuta il termine astratto «Natura» vale per il microbioma, dove la salute si gioca sul concreto — specie batteriche, fitoncidi, comunità fungine (đź’š ff.51.1 L’affabulazione per il verde). Il bagno di foresta giapponese che abbassa il cortisolo opera sullo stesso registro biologico degli asili svedesi: l'esposizione regolare a comunità microbiche ricche cura il sistema immunitario meglio di un disinfettante (🦠 ff.4.5 Microbi computazionali?). Pulire troppo, asfaltare troppo, sterilizzare troppo: ogni gesto che riduce la varianza microbica del nostro spazio quotidiano lascia un debito che paghiamo in allergie, infiammazioni, malattie auto-immuni.
C'è un'altra risorsa naturale che smette di essere sfondo e diventa leva geopolitica: l'acqua dolce. I fiumi sono diventati campi di battaglia[9]: due miliardi di persone dipendono dall'acqua che nasce sull'altopiano tibetano, e le dighe cinesi a monte ne stanno rimodellando il flusso a valle, su sei dei grandi fiumi asiatici. Chi controlla le sorgenti himalayane tiene la mano sul rubinetto di metà Asia. È il water-control che si affianca alla guerra dei chip e delle terre rare come asse della frammentazione globale: in 📈 ff.14.2 Nostradamus: Ray Dalio e l'ordine mondiale avevamo ripreso la tesi di Dalio sull'ordine post-1945 che si sgretola per accumulo di indicatori — e le sorgenti contese sono uno di quegli indicatori, meno raccontato del PIL ma più difficile da negoziare. C'è un paradosso fisico che rende tutto più teso: l'acqua, ricordavamo in 💧 ff.112.5 Acqua da tutte le parti, fluisce seguendo un'unica legge, la gravità, senza sapere se finirà in un mare, in un frutto o in una bocca. Ignora i confini per natura; ed è proprio per questo che chi riesce a deviarla con il cemento ottiene un potere che nessun trattato aveva previsto.
Gli alberi si possono contare dall’alto. Una volta l’anno il World Resources Institute aggiorna la sua pagina sulle foreste con i dati satellitari del laboratorio GLAD dell’Università del Maryland. L’edizione di aprile 2026, dedicata al 2025, porta una notizia buona dentro una cattiva: la perdita di foresta primaria tropicale è scesa del 36% rispetto al 2024[10], l’anno record degli incendi. Restano 4,3 milioni di ettari, più di undici campi da calcio al minuto, il 46% in più di dieci anni prima. Gran parte del calo viene dal Brasile, meno 42%. Il WRI lo associa al ritorno dei controlli dal 2023: il piano contro la deforestazione rilanciato ed esteso a tutti i biomi, avvisi di violazione ambientale cresciuti dell’81% e multe del 63% rispetto al triennio precedente. È il genere di notizia che Arianna Huffington voleva mettere al centro con la rubrica What’s Working, prima che la logica dei clic la travolgesse (👩 ff.109.1 La donna più influente di LinkedIn).
Il resto della mappa rassicura meno. Ai tropici la prima causa resta l’agricoltura: in Brasile, fra il 2002 e il 2025, quella permanente spiega il 73% della foresta primaria perduta, soprattutto per soia e bestiame. Il gesto del singolo resta a portata di mano: «una volta almeno, di’ di no a un hamburger» (🤞 ff.31.5 Cinque suggerimenti per l’estate). Nella Repubblica Democratica del Congo la parte senza incendi tocca il massimo storico, spinta dall’agricoltura itinerante e dalla legna, che lì è la prima fonte di energia. Più a nord brucia la foresta boreale: nel 2025 il fuoco spiega il 42% dei 25,5 milioni di ettari di copertura arborea persi nel mondo, e in Canada, fra il 2023 e il 2025, le perdite da incendio sono state quasi cinque volte la media del 2001–2022.
Tre cautele. La pagina del WRI cambia ogni anno, e questa edizione racconta il 2025. La perdita di copertura arborea comprende incendi, tagli e tempeste, e non coincide con la deforestazione. Una parte degli incendi contati nel 2025 risale a fine 2024, vista in ritardo per fumo e foschia; il confronto più solido è quindi quello senza incendi, e in Brasile quella perdita è la più bassa mai registrata, il 41% sotto il 2024. Resta la distanza dall’obiettivo: nel 2025 la deforestazione era del 70% sopra il livello necessario per fermarla entro il 2030. Colossal vuole riportare il mammut nella tundra per proteggere il permafrost; su queste pagine la stima era di sei specie estinte ogni ora, e prevenire sembrava difficile (🦖 ff.4.3 Mammut resuscitati dall’estinzione). Per le foreste, scrive il WRI, i paesi che trovano la volontà politica riducono la perdita in tempi relativamente brevi.
Anche l’acqua che serve all’energia sta cambiando. Nei primi sette mesi del 2023, secondo Reuters, la produzione idroelettrica in Asia è calata del 17%[18]: la crisi più grave da decenni, con Cina e India in testa. All’altro capo della scala, la startup Vital Lyfe ha aperto i preordini di Access, una scatola che trasforma l’acqua di mare in acqua potabile[19].