2.2.2 — Proprietà digitale e blockchain

Ma dietro l'interfaccia c'è un problema strutturale: chi possiede cosa? Su Facebook e TikTok siamo contadini digitali che lavorano la terra senza possedere il raccolto. Ogni post, ogni like, ogni scroll genera valore che l'utente non cattura. Neal Stephenson (che ha inventato la parola “metaverso” nel 1992) lo chiama feudalesimo digitale (👑 ff.95.2 FarmVille e feudalesimo). Epic Games combatte Apple sulla commissione del 30% sugli acquisti in-app — la stessa dinamica di potere che si replica dal livello geopolitico a quello individuale. Su internet, il codice è legge: chi scrive il protocollo, detta le regole (🌐 ff.95.1 La sovranità dei network).

La blockchain promette un'uscita dal feudalesimo. Se internet ha decentralizzato l'informazione, la blockchain decentralizza la proprietà. Un NFT, nel quadro del capitolo, è trattato come un esperimento di proprietà digitale verificabile senza intermediari. Ethereum ha elaborato più transazioni nel 2024 che Visa nel 2010. Gli ETF Ether hanno registrato 727 milioni di dollari di afflussi giornalieri[1] — un record storico, con BlackRock in testa. Coinbase ha lanciato aggiornamenti per Base[2], e Zora punta a tokenizzare i post per monetizzazione immediata. La DeFi gestisce 90 miliardi di dollari in protocolli automatizzati che funzionano 24 ore al giorno, senza banche, senza orari, senza confini (๐Ÿ”‘ ff.95.3 La proprietà privata digitale). Cosa risolve la blockchain, in sostanza? Il problema della fiducia senza intermediari — una “VPN finanziaria” che bypassa i custodi tradizionali del valore (โ›“๏ธ ff.95.5 Cosa risolve la blockchain?). Le stablecoin stanno già rendendo concreto questo bypass: nel 2024 hanno movimentato 15 trilioni di dollari in transazioni, superando Visa e Mastercard messe insieme. Stripe le ha integrate nei pagamenti, non per ideologia cripto ma per pragmatismo anti-inflazione (💵 ff.125.2 Stabilizzare il dollaro).

Ma la prudenza impone di ricordare che non tutto ciò che luccica in blockchain è oro — anzi. È ormai solo un ricordo l’insensata corsa di DOGE, il meme-coin proposto da Elon Musk come moneta ufficiale di Marte, salito di migliaia di percentuali per poi crollare altrettanto rapidamente. La storia delle criptovalute è costellata di bolle, rug pull e promesse infrante. Il fondo A16Z ha introdotto uno State of Crypto Index che integra numero di utenti attivi, progetti in sviluppo e liquidità degli scambi sulle varie blockchain — un tentativo di separare il segnale dal rumore, la tecnologia dalla speculazione. L’indice rivela un pattern ricorrente: a ogni ciclo di hype segue un inverno cripto che spazza via il novanta per cento dei progetti, ma il sottostante — sviluppatori, infrastruttura, casi d’uso reali — cresce monotonicamente. La bolla scoppia, la rete resta. Chi confonde il prezzo di Bitcoin con il valore della blockchain commette lo stesso errore di chi avrebbe giudicato Internet dal prezzo delle azioni Pets.com nel 2000 (💥 ff.73.1 Una bolla esplosa?).

Lo stesso fondo, nel rapporto del 22 ottobre 2025, chiama il 2025 «l’anno in cui le cripto sono diventate mainstream». Il State of Crypto 2025 di a16z crypto misura una rete cresciuta: le blockchain elaborano 3.400 transazioni al secondo, contro meno di 25 di cinque anni fa[7], e le persone che possiedono cripto sarebbero 716 milioni. Nel 2021 il conto citato da Crypto.com si fermava a 400 milioni, e il valore delle grandi reti digitali restava nelle azioni di Meta, Google e Amazon, in mano all’1-10% della popolazione (👁️ ff.38.3 La cripto valuta per ridurre le disuguaglianze). Gli utenti attivi, quelli che usano davvero la blockchain, gli autori li stimano con un metodo proprio: tra 40 e 70 milioni. Gli altri le cripto le tengono ferme.

Intanto è cambiato chi le custodisce. Visa, BlackRock, Fidelity e JPMorgan Chase, con PayPal, Stripe e Robinhood, offrono o stanno lanciando prodotti cripto. Nei fondi quotati su Bitcoin ed Ethereum stanno più di 175 miliardi di dollari; sommati alle società che tengono cripto in bilancio, possiedono circa il 10% di tutti i bitcoin e gli ether. Nel 2021 Naval scriveva che Bitcoin era un’uscita dalla Fed e la DeFi un’uscita da Wall Street (💦 ff.24.5 L’ulteriore opportunità dell’individuo). Quattro anni dopo le cripto le vende Wall Street.

STATE OF CRYPTO 2025: QUANTI, QUANTO, DI CHI PERSONE (MILIONI) Possiedono cripto 716 Le usano (stima) 40–70 STABLECOIN, TRANSATO IN UN ANNO (MILIARDI DI $) Grezzo 46.000 Rettificato 9.000 BITCOIN ED ETHER IN FONDI QUOTATI E SOCIETÀ IN BORSA ~10% dell’offerta Fonte: a16z crypto, 22 ottobre 2025 · a16z investe nel settore Dati anche da aziende in portafoglio, non verificati dal fondo Utenti attivi stimati dagli autori · il grezzo è soprattutto finanza: Confronto con Visa non alla pari, avvertono gli autori
📊 note 1717 — Chi possiede le cripto e chi le usa, il transato delle stablecoin grezzo e rettificato, la quota di bitcoin ed ether in mano a fondi quotati e società in borsa. Fonte: a16z crypto (Matsuoka, Hackett, Zhang, Zinn, Lazzarin), 22 ottobre 2025.

Le stablecoin seguono la stessa strada. Il rapporto conta 46.000 miliardi di dollari transati in un anno, quasi tre volte Visa, e avverte che il confronto è improprio: sono soprattutto flussi finanziari, non pagamenti nei negozi. Provando a filtrare bot e movimenti gonfiati, restano 9.000 miliardi, più della metà di Visa. Oltre il 99% delle stablecoin è in dollari e insieme detengono più di 150 miliardi di titoli del Tesoro americano: per a16z rafforzano il dominio del dollaro. Il fondo propone le blockchain anche come contrappeso all’AI, dove OpenAI e Anthropic incassano l’88% dei ricavi delle aziende «AI-native» e NVIDIA ha il 94% delle GPU per data center. Sam Altman riassume il deep learning così: è migliorato tanto più gli abbiamo dato risorse (🆕 ff.103.3 La nuova Era dell’Intelligenza). E le risorse hanno un proprietario.

Il rapporto va letto sapendo chi lo firma. Il fondo a16z investe nel settore che misura, una parte dei dati viene da aziende del suo portafoglio e la nota legale in coda ammette che non sono stati verificati in modo indipendente. Gli utenti attivi sono una stima degli autori; le stablecoin a oltre 3.000 miliardi entro il 2030 sono una proiezione. E il numero più grande, i 46.000 miliardi, è quello che gli autori stessi avvertono di non confrontare alla pari.

Due anni prima, a bolla appena sgonfiata, il clima era un altro. Nel 2023 Benedict Evans e Toni Cowan-Brown lo riassumevano così[9]: le cripto erano crollate, il metaverso era sembrato una sciocchezza e il futuro di tutto era diventato l’AI generativa; i motivi per cui web3 e VR erano interessanti, però, restavano gli stessi. Lo stesso passaggio lo avevamo scritto come una proporzione, ChatGPT sta al 2023 come gli NFT al 2022 (🗣️ ff.48.1 Tutti parlano di ChatGPT). Fra chi ha attraversato le due ondate c’è Refik Anadol: durante il boom degli NFT il suo studio ha raccolto più di 8 milioni di dollari vendendo opere[10], e al MoMA di New York la sua Unsupervised, un muro video di arte immaginata da un algoritmo addestrato sulla collezione del museo, è stata prorogata quattro volte. Alle critiche risponde con i numeri: 22 recensioni favorevoli su 24.

E c’è un protagonista che su questo palcoscenico — bolle, stablecoin, proprietà digitale — recita con insistenza quasi ossessiva. Come argomentato in ff.73.1, la rottura delle bolle non cancella le infrastrutture: le consolida. Il caso di Twitter ribattezzata X mostra fino a che punto una singola persona possa usare un social come cavallo di Troia per una visione finanziaria. Il rebrand non è cosmesi: Musk vuole un WeChat occidentale che integri in un’unica app messaggistica (la parte WhatsApp), video lunghi (la parte YouTube) e soprattutto pagamenti peer-to-peer (la parte PayPal). Il filo narrativo torna al 1999, quando Elon fondò X.com, una proto-banca digitale poi assorbita in PayPal[3]. Venticinque anni dopo, con X ha chiuso quel cerchio — ricostruendo sui feed sociali ciò che aveva dovuto vendere a eBay. La lettera X diventa ideogramma ricorrente, quasi maniacale: x.AI[4], SpaceX, Neuralink, persino il nome del figlio, X Æ A-12. La X è il marchio personale sovrapposto a ogni strato della pila tech: rete sociale, AI, trasporto, interfaccia neurale, pagamenti. Se il feudalesimo digitale (🦆 ff.95.2 FarmVille e feudalesimo) è la malattia, Musk propone una cura peculiare, una centralizzazione personale: un feudatario diverso al posto di Zuckerberg. La differenza la farà il protocollo, non il proprietario (❎ ff.73.5 X: la rivincita di Elon?).

Nello stesso numero in cui raccontavamo il Network State, il problema veniva prima della soluzione[11]: i servizi si concentrano in aziende che fanno capo a pochi individui, abbastanza potenti da togliere un presidente degli Stati Uniti da un social o da decidere il nostro accesso alle notizie. 6529, un CryptoPunk molto attivo su Twitter, lo ha raccontato con i taxi di New York in una catena: mondo centralizzato, servizi migliori, costi minori, controllo maggiore, monopolio, e alla fine aziende arbitre dell’accesso a sfere sempre più grandi della nostra vita. Senza Uber o senza le API di Twitter si sopravvive, forse; quando il monopolio arriva alla crescita personale e all’equilibrio mentale, le cose si fanno più serie (🏙️ ff.52.2 Centralizzare conviene).

Se la blockchain decentralizza la proprietà, qualcuno si chiede: può decentralizzare anche lo Stato? Balaji Srinivasan — ex CTO di Coinbase e general partner ad A16Z — propone nel suo The Network State, gratuitamente accessibile online[5], una guida per fondare nazioni digitali con la stessa facilità con cui si fonda una startup. Il punto di partenza è spiazzante: la probabilità di diventare presidente degli Stati Uniti è inferiore a quella di diventare miliardario — solo 45 persone ci sono riuscite. E molte nazioni sono più piccole, in termini di riserve monetarie, dei network Bitcoin ed Ethereum. La ricetta: un gruppo su Discord con regole chiare (meglio un diktat semplice, come “100% vegan” o “viva gli addominali”), token che incentivano il lavoro verso un obiettivo comune, e un’economia interna che dal digitale si riversa nel reale — palestre, edifici, intere città accessibili solo ai possessori del token. I nodi fisici vengono connessi da protocolli decentralizzati e realtà aumentata, fino a raggiungere massa critica sufficiente per chiedere riconoscimento diplomatico (🌐 ff.52.3 Fondare la propria nazione).

“Lo Stato è ogni giorno più pesante. Non perché fa di più, ma perché costa di più fare meno. Il codice, invece, scala senza burocrazia.”
— Naval Ravikant

Il mito dell'anonimato arriva al suo potenziale capolinea. Il New York Times pubblica la sua ricostruzione: il crittografo britannico Adam Back è il candidato più plausibile come Satoshi Nakamoto[6], per somiglianze linguistiche, ideologia cypherpunk e citazione nel whitepaper Bitcoin. Se l'inventore della moneta decentralizzata è un uomo identificato con nome, cognome e circa 1 milione di BTC, il mito della sovranità protetta dall'anonimato del fondatore diventa una nota a piè di pagina.

Chi possiede cosa, chiedeva l’inizio di questa sezione: vale anche per un articolo, quando un modello linguistico lo legge e lo cita. Nel gennaio 2024 Melody Hildebrandt, direttrice tecnica di Fox, e Paul Cheesbrough, a capo di Tubi Media Group nello stesso gruppo, hanno annunciato che Fox ha reso open source Verify, un protocollo su blockchain[8], frutto di un anno di lavoro. Lo spunto sono tre problemi raccolti fra editori e aziende tecnologiche: c’è chi sfrutta la fiducia nei marchi manipolando i dati con l’AI e attribuendo a una testata cose mai pubblicate; gli editori non controllano come le piattaforme AI trasformano e presentano i loro contenuti; gli accordi commerciali sono ancora un cantiere. Il mese prima, a due settimane di distanza, Axel Springer aveva firmato una licenza globale con OpenAI e il New York Times aveva fatto causa a OpenAI e Microsoft. Fox, ottimista sull’AI, cerca una terza strada: modelli che attingono a fonti fidate con un metodo aperto e verificabile. Il bisogno crescerà: i dati prodotti dall’uomo si contano in zettabyte, con l’arte generativa sono destinati a esplodere e, secondo Wired, a un mondo sommerso dall’AI non siamo pronti (♾️ ff.72.1 Infinito digitale).

Il meccanismo sta in una riga: chi pubblica firma crittograficamente ogni contenuto nel momento in cui esce, e la firma confluisce in un archivio di licenze e provenienza. L’ispirazione dichiarata è Marc Andreessen: contro persone e video falsi generati dall’AI servono sistemi in cui persone e contenuti veri si fanno riconoscere con una firma crittografica. I pezzi sono tre: uno standard di metadati per attestare la provenienza; un content graph, lo smart contract che ordina articoli, testi, video e immagini con i rimandi alle licenze; un registro che lega ogni coppia di chiavi a un’identità reale. Da qualsiasi contenuto si risale così all’origine e a un editore identificato, con diritti e limiti scritti nel software. Sopra gira il Verify Tool, aperto a chiunque, per controllare che un contenuto attribuito a una fonte fidata venga davvero da lì; Fox firma alla pubblicazione tutto quello che distribuisce online. Il congegno è quello degli NFT, unità digitali possedute in modo univoco e validate sulla blockchain, per cui c’era chi pagava da 200 mila a svariati milioni pur di avere un CryptoPunk; qui serve a dire chi ha pubblicato una notizia (💸 ff.3.7 Tokens che costano come una Lamborghini).

FIRMARE ALLA FONTE, VERIFICARE A VALLE Pubblicazione ogni contenuto online di Fox Firma crittografica ID keccak256 Registro smart contract su Polygon Verify Tool hash percettivo aperto a chiunque Tre componenti: standard di metadati · content graph · registro delle identità LICENZE Lit Protocol, crittografia a soglia: decifra solo chi ha la licenza SCALA migliaia di transazioni al giorno per editore: firmare deve costare poco PERCHÉ: fiducia nei marchi sfruttata con l’AI · nessun controllo su indicizzazione e trasformazione · licenze con le piattaforme da definire Annuncio del 09/01/2024 firmato da due dirigenti Fox: nessun dato di adozione. Limite dichiarato: immagini ritagliate, compresse o ridimensionate.
📊 note 327 — Il percorso di un contenuto in Verify, dalla firma alla verifica. In accento la firma, il passaggio che lega il contenuto a un editore identificato. Fonte: Melody Hildebrandt e Paul Cheesbrough, Tech Insiders, 09/01/2024.

La blockchain è quella di Polygon Labs: con migliaia di transazioni al giorno per ogni editore firmare deve costare poco, e la versione annunciata per febbraio passa a una catena dedicata. Le chiavi le gestisce Lit Protocol, con la crittografia a soglia: l’editore può cifrare i contenuti e lasciarli aprire solo a chi ha la licenza. L’identificativo di ogni contenuto nasce da keccak256, la funzione di hash di Ethereum; il Verify Tool aggiunge un hash percettivo per riconoscere anche lo screenshot di un’immagine, e gli autori avvertono che all’inizio non sarà sempre preciso con immagini ritagliate, compresse o ridimensionate. Due cautele. Il testo è scritto da due dirigenti di Fox per presentare un prodotto di Fox, senza un numero su quanti editori lo adottino. E lo strumento controlla chi ha pubblicato cosa; sulla verità di quello che c’è scritto tace. Benjamin lamentava che alla riproduzione più perfetta manca la presenza nel tempo e nello spazio, l’aura; una firma restituisce alla copia digitale almeno il nome di chi l’ha messa al mondo (🚽 ff.146.1 Urinali e AI).

Una firma serve finché l’originale resta dove lo si è messo, e sul web resta poco. Il Pew Research Center ha provato a riaprire un campione di pagine archiviate da Common Crawl fra il 2013 e il 2023: a ottobre 2023 un quarto non era più accessibile[12], e fra quelle del 2013 la quota sale al 38%, contro l’8% di quelle del 2023. Il 23% delle pagine di notizie e il 21% di quelle dei siti governativi contengono almeno un link rotto; su Wikipedia il 54% delle pagine ha fra le note almeno un riferimento a una pagina che non esiste più. Sui social si fa prima: quasi un tweet su cinque sparisce dalla vista pubblica nel giro di pochi mesi, e in sei casi su dieci perché l’account è stato reso privato, sospeso o cancellato.

All’altro capo c’è l’abbondanza. Secondo i documenti per gli investitori ottenuti da Billboard, ogni due settimane gli utenti di Suno creano tanta musica quanta ce n’è oggi su Spotify[13]: circa 7 milioni di brani al giorno, con una ventina di minuti di lavoro a testa. Suno ha appena raccolto 250 milioni di dollari a una valutazione di 2,45 miliardi, e fra gli investitori c’è Hallwood Media, l’etichetta che ha firmato un contratto da diversi milioni con Xania Monet[14], la prima artista AI nota ad avere abbastanza passaggi radio per debuttare in una classifica di Billboard. Dietro l’avatar c’è Telisha Jones, 31 anni: i testi sono poesie sue, la voce la genera un’app. La musica di Suno è finita perfino in una messa generativa, con un avatar di Cristo e musiche gospel (🙏 ff.119.2 Se il prete è un’AI).

E il volto diventa una licenza. Jake Paul, investitore di OpenAI e consulente del team di Sora, ha accettato di essere il primo cameo di una celebrità[15], con nome e immagine a disposizione degli altri utenti: in sei giorni i video generati con lui hanno superato il miliardo di visualizzazioni. Gli influencer potenziati da AI e network effect costruivano già brand personali, dagli hamburger di Mr. Beast agli NFT di Emily Ratajkowski, e la domanda era se sarebbero sopravvissuti all’infinità di contenuti in arrivo (👑 ff.55.3 Altro che Giulio Cesare: i nuovi imperatori).

Fonti esterne citate in 2.2.2

15 fonti.

  1. Gli ETF Ether hanno registrato 727 milioni di dollari di afflussi giornalieri — coincentral.com ↩
  2. Coinbase ha lanciato aggiornamenti per Base — share.google ↩
  3. X.com — la proto-banca digitale fondata da Elon Musk nel 1999, poi assorbita in PayPal — en.wikipedia.org ↵
  4. X.AI — il laboratorio AI di Elon Musk — x.ai ↵
  5. The Network State, gratuitamente accessibile online — thenetworkstate.com ↩
  6. Il crittografo britannico Adam Back è il candidato più plausibile come Satoshi Nakamoto — nytimes.com ↩
  7. State of Crypto 2025 di a16z crypto (Daren Matsuoka, Robert Hackett, Jeremy Zhang, Stephanie Zinn, Eddy Lazzarin) — The year crypto went mainstream: 3.400 transazioni al secondo, 46.000 miliardi di dollari in stablecoin (9.000 rettificati), 716 milioni di possessori (22 ottobre 2025) — a16zcrypto.com ↩
  8. Melody Hildebrandt e Paul Cheesbrough, Tech Insiders: Fox rende open source Verify, protocollo su blockchain (Polygon) per firmare crittograficamente i contenuti alla pubblicazione e risalire a provenienza e licenze, con il Verify Tool aperto a chiunque (09/01/2024) — techinsiders.substack.com ↩
  9. Benedict Evans e Toni Cowan-Brown, Another Podcast: Metaverse and crypto — beyond the BS (2023) — simplecast.com ↩
  10. Sam Gaskin, Ocula: To Refik Anadol, Criticism Is Just More Data (4 settembre 2023) — ocula.com ↩
  11. ff.52 Fondare una Nazione in garage — centralizzare conviene, e il thread di 6529 sui taxi di New York — fortissimo.substack.com ↩
  12. Pew Research Center (Chapekis, Bestvater, Remy, Rivero): When Online Content Disappears, il 38% delle pagine del 2013 non è più accessibile (17 maggio 2024) — pewresearch.org ↩
  13. Kristin Robinson, Billboard: Suno crea ogni due settimane tanta musica quanta ce n’è su Spotify, dal pitch deck del round da 250 milioni (24 novembre 2025) — billboard.com ↩
  14. Gayle King e Jennifer Earl, CBS News: Telisha Jones e l’artista AI Xania Monet (5 novembre 2025) — cbsnews.com ↩
  15. Jake Paul: investitore di OpenAI, consulente del team Sora e primo cameo di una celebrità, oltre un miliardo di visualizzazioni in sei giorni (9 ottobre 2025) — x.com ↩