2.2.4 — Cripto in guerra e simulazioni
Bitcoin. Ethereum. USDT. Tre stringhe alfanumeriche pubblicate sull’account Twitter ufficiale dell’Ucraina alle 15:29 del 26 febbraio 2022, due giorni dopo l’invasione russa[1]. Nessun manuale diplomatico lo prevedeva. 216.663 like, 59.317 retweet e milioni di dollari in donazioni nel giro di ore: nessuna banca centrale, nessuno SWIFT, nessun intermediario — solo un protocollo de-centralizzato che ha aggirato il controllo sovrano per canalizzare aiuto umanitario diretto. Le criptovalute, nate da un whitepaper di Satoshi nel 2008 come risposta al bailout bancario, hanno trovato nel primo conflitto europeo del ventunesimo secolo la loro prima vera prova di stress. Ciò che anni di conferenze non erano riusciti a dimostrare, un tweet l’ha certificato in tre ore: l’asset speculativo è anche infrastruttura d’emergenza (🪙 ff.24.1 L’accelerazione della guerra sulle cripto).
Ciò che anni di conferenze non erano riusciti a dimostrare, un tweet l’ha certificato in tre ore: l’asset speculativo e infrastruttura d’emergenza.
Dopo le donazioni, la cronaca. Seguendo la stessa linea l’Ucraina ha lanciato il Meta History: Museum of War, una cronologia della guerra fatta di NFT[7]: ogni token unisce una notizia vera, presa da una fonte ufficiale, all’illustrazione di un artista, ucraino o straniero. Il museo la presenta come la storia dell’Ucraina contemporanea «incisa nella pietra», fatti accompagnati da riflessioni personali. Le opere sono uniche e si possono scambiare, e ciascuna porta con sé un tweet che racconta in modo trasparente cosa è successo in guerra, giorno dopo giorno. Sono le stesse unità digitali possedute in modo univoco e validate sulla blockchain che i collezionisti pagavano come una Lamborghini (💸 ff.3.7 Tokens che costano come una Lamborghini); la newsletter le chiamò NFT-bond (💦 ff.24.2 Sono bond, NFT-bond).
Ma il paradosso della guerra crypto è doppio. Mentre l’Ucraina incassa Ethereum dalla diaspora globale, la Russia scopre che le sanzioni sono un filtro bucato: exchange turchi e kazaki continuano ad accettare rubli convertibili in stablecoin. Sulla stessa blockchain corrono il Ministro della Trasformazione Digitale ucraino e il broker di Mosca che ricicla: il codice non ha bandiera (💸 ff.24.3 Turchia e Brasile difendono la loro sovranità).
La stessa blockchain che ha portato donazioni all’Ucraina lavora anche per un regime. Il 16 ottobre 2025 il Google Threat Intelligence Group ha documentato che UNC5342, un gruppo legato alla Corea del Nord, usa una tecnica chiamata EtherHiding: nasconde il malware dentro gli smart contract di Ethereum e BNB Smart Chain[5]. Gli analisti scrivono che è la prima volta che vedono uno Stato adottare questo metodo. La blockchain pubblica diventa così un server di comando decentralizzato e molto resistente. Manca un server centrale che polizia o aziende di sicurezza possano spegnere, e il codice resta raggiungibile finché la catena funziona. Per recuperarlo basta una chiamata in sola lettura, che non crea transazioni, non paga commissioni e non lascia traccia nello storico. Google la descrive come la prossima generazione di hosting a prova di proiettile.
L’esca è un colloquio di lavoro. Nella campagna che Palo Alto Networks ha chiamato Contagious Interview, e in cui Google osserva EtherHiding da febbraio 2025, finti recruiter con profili curati su LinkedIn, o aziende inventate come «BlockNovas LLC», contattano sviluppatori del settore cripto e tecnologico. Poi propongono un test di programmazione: i file da scaricare, da GitHub o dal registro npm, contengono il primo stadio dell’infezione. In fondo alla catena c’è una backdoor che ruba password, cookie di sessione, carte di credito e portafogli come MetaMask e Phantom. Lo scopo, secondo gli analisti, è doppio: spionaggio, e furto di criptovalute per finanziare il regime aggirando le sanzioni internazionali. È la guerra che il generale Richard Barrons descriveva già nel 2019, giocata con i media, il commercio e gli attacchi hacker (🙊 ff.21.4 Altri spunti interessanti). La stessa proprietà che fa delle cripto un accesso ai servizi fondamentali (👍 ff.73.3 Una VPN finanziaria) serve anche a uno Stato sotto sanzioni. E cambiare arma costa poco: in quattro mesi il contratto usato dal gruppo è stato aggiornato più di venti volte, in media 1,37 dollari di commissioni a modifica.
L’immutabilità, però, protegge meno di quanto sembri, e lo scrive lo stesso rapporto. Il codice di un contratto di solito non può essere tolto né cambiato da nessuno tranne il proprietario, che lo aggiorna quando vuole. Né UNC5342 né l’altro gruppo che usa la tecnica, UNC5142, parlano direttamente con la blockchain: passano da servizi centralizzati, API e nodi gestiti da terzi, punti in cui il traffico si può osservare e bloccare. Contattati da Google, alcuni fornitori sono intervenuti in fretta, altri non hanno risposto. Restano due cautele: l’attribuzione alla Corea del Nord è di Google, e la stessa pagina propone Chrome Enterprise come difesa. Nel mirino c’è chi scrive codice: il software, «nuovo nucleare» per i rischi che pone al futuro, trova un bersaglio in chi lo sviluppa (🚁 ff.127.4 E Palantir che c’entra?).
La guerra si fa anche con un corpo. Durante l’esercitazione congiunta con la Cambogia Golden Dragon 2024, un video della tv di Stato cinese CCTV[8] ha mostrato un cane robot con un fucile automatico sul dorso: cammina, salta, si sdraia e arretra comandato a distanza, e in un’esercitazione guida una squadra di fanteria dentro un edificio simulato. «Può servire come nuovo membro nelle nostre operazioni di combattimento urbano», dice un soldato, al posto dei militari per ricognizione, identificazione del nemico e attacco; nello stesso video un fucile è montato sotto un drone a sei rotori. La CNN ricorda[9] che dall’invasione russa dell’Ucraina i droni economici comandati a distanza mettono fuori uso carri armati e perfino navi da guerra, e permettono a eserciti con bilanci piccoli di competere con nemici molto meglio armati. In un film di Sorrentino il presidente della Repubblica uscente è scortato da un cane robot alla Boston Dynamics, pronto a sparare o a proteggere (🤐 ff.146.3 Il silenzio degli innocenti).
Anche la Silicon Valley ha cambiato posizione. Il 4 dicembre 2024 OpenAI e Anduril hanno annunciato una collaborazione[10] per portare modelli avanzati nelle «missioni di sicurezza nazionale», a partire dalle difese contro i droni: sintetizzare in fretta dati urgenti, alleggerire il carico degli operatori umani. A gennaio OpenAI aveva tolto senza clamore il divieto di uso militare dei suoi strumenti; il mese prima Anthropic e Palantir avevano aperto i modelli Claude alle agenzie di difesa e intelligence americane, attraverso AWS. Il mercato è enorme: per il 2024 il Congresso ha destinato al Dipartimento della Difesa 842 miliardi di dollari, e Packy McCormick racconta come Anduril punti, anche comprando aziende, a diventare uno dei grandi appaltatori[11], dopo aver raccolto 2,3 miliardi da fondi come Founders Fund e a16z. Gli ingegneri che si rifiutavano di lavorare con l’esercito sono il bersaglio della polemica di Alex Karp (🚁 ff.127.4 E Palantir che c’entra?).
E il visore torna per vie traverse. Anduril l’ha fondata Palmer Luckey, che nel 2014 aveva venduto Oculus a Facebook per 2 miliardi e nel 2016 ne era stato licenziato. Nel maggio 2025, al podcast Core Memory, ha annunciato una collaborazione con Meta[12] per Eagle Eye, il casco militare da film di fantascienza che mette davanti agli occhi del soldato informazioni in realtà virtuale e aumentata e flussi di dati. Anduril aveva appena rilevato da Microsoft il contratto dell’esercito americano per questo tipo di prodotto, un progetto da 22 miliardi che Microsoft faticava a consegnare. Oculus era l’acquisizione con cui, sette anni prima del rebrand, Zuckerberg aveva cominciato a costruire il metaverso (👽 ff.3.2 Cosa sei realmente, Meta? (parte 2)).
Gli sciami si allenano anche in pubblico. A ottobre 2025 Chongqing ha illuminato il cielo notturno con 11.787 droni[13] in un solo spettacolo. Pochi mesi dopo Luckey ha scoperto che una delle squadre iscritte all’AI Grand Prix di Anduril, una gara di droni con regole solo software, pilota il drone con un computer biologico fatto di neuroni di topo coltivati[14]: «a prima vista sembra contro lo spirito delle regole. A ripensarci, hell yeah». Fra i «se» con cui Ved Sen invitava a sostituire le previsioni c’era proprio questo: e se uno sciame di droni autonomi si presentasse all’orizzonte? (🙅 ff.112.2 Non possiamo prevedere nulla).
E mentre la finanza si smaterializza in stringhe crittografiche, la tecnologia del quotidiano fa un passo laterale sorprendente: torna indietro. Al CES 2024 la novità più commentata era un display a cristalli liquidi — la stessa tecnologia anni Novanta delle calcolatrici capovolte. Ambient Photonics ha sviluppato celle solari per luce indoor[2]: abbastanza per alimentare mouse, sveglie e cuffie da gaming senza batterie né cavi. L’LCD, dato per morto dall’OLED, risorge come interfaccia a consumo zero. Il futuro, a volte, ricicla (🧮 ff.84.1 Vecchi schermi?).
Non è un caso che gli schermi abbiano dominato il CES: restano la nostra principale interfaccia col digitale. La mia scommessa è che molti di questi display saranno spazzati via dalla prossima generazione di visori — trainata da Apple — capace di sovrapporre contenuto digitale al mondo fisico senza toglierlo. Però, però, però: quanto è affascinante una televisione trasparente[3]? Informazioni nutrizionali che fluttuano sopra la frutta al supermercato, vetrine che riconoscono chi passa: augmented reality 1.0, senza visore, senza app — solo vetro intelligente (📺 ff.84.2 Nuovi schermi).
Steven Sinofsky il CES 2024 lo ha percorso a piedi, 38 miglia fra oltre 135.000 visitatori e 4.300 stand, e lo ha giudicato il migliore da molto tempo[15]: una filiera ormai matura di dispositivi connessi, a basso consumo ed economici, dagli schermi alla casa alla salute. Il mese dopo le carte le ha rimescolate Apple[16]: con gesti semplici e senza joystick, Vision Pro ha portato il visore da «interessante, ma per nerd», com’era l’Oculus di Meta, a «la gente impazzisce vedendolo in giro per New York» (🥽 ff.85.1 Un nuovo “iPhone moment”?).
E forse la simulazione più radicale è quella che il nostro cervello costruisce ogni giorno. YouTube ti raccomanda Inside di Bo Burnham — lo speciale Netflix girato in lockdown, una spirale di solitudine e creatività digitale — e lo guardi perché il pattern combacia con qualcosa che non sapevi di cercare. DALL-E genera qualsiasi immagine da una frase. Il feed costruisce una realtà su misura. La simulazione è il funzionamento quotidiano di un cervello che si nutre di connessioni per dare senso al caos. Riconoscere schemi è ciò che ci rende umani; delegarlo agli algoritmi è ciò che ci rende utenti di una simulazione che abbiamo contribuito a generare. Come in 💻 ff.64.4 Matrix e materia, la materia è stata sostituita dal Matrix — e il cripto-wallet è solo l’ultima interfaccia tra i due strati (🧮 ff.117.3 Simulazioni e algoritmi).
Quella realtà su misura costruita dal feed ha anche una forma, e Derek Thompson le ha dato il nome più vecchio. Nell’ottobre 2025, sulla sua newsletter, ha scritto che tutto quello che non è già televisione sta diventando televisione[6]. Il primo indizio viene da Meta. Il 6 agosto, nella causa antitrust con la Federal Trade Commission, l’azienda di Facebook e Instagram ha sostenuto di non poter essere un monopolio dei social network, perché le sue piattaforme sono poco sociali: solo il 7% del tempo su Instagram e il 17% su Facebook va a contenuti di amici, il resto in gran parte a video brevi di sconosciuti, scelti da algoritmi nati per rispondere a TikTok.
Il secondo indizio è il podcast di Thompson, nato come radio per Internet: secondo gli analisti i video podcast crescono venti volte più in fretta di quelli solo audio, YouTube è diventata la piattaforma più usata per ascoltarli e su Spotify i video podcast sono quasi triplicati dal 2023. Il terzo è l’AI. Meta ha lanciato Vibes e OpenAI ha annunciato Sora, due social in cui scorrono senza fine video generati dalle macchine. Le pagine web generate dal vivo facevano immaginare un’interfaccia video creata «a telecomando» per ciascuno; per ora ne è uscita un’altra sequenza infinita di video (🌶️ ff.151.2 Prophetic(a) Paprika).
Thompson prende in prestito una parola dei matematici, attrattore: una biglia lasciata cadere in una ciotola fa qualche giro lungo le pareti e poi si ferma sul fondo. Che si parta da un elenco di studenti come Facebook, dalla radio o da un generatore di immagini, si arriva a un fiume di video brevi. Per televisione intende qualcosa di più largo del televisore. Nel 1974 Raymond Williams osservava che prima della TV ogni prodotto della comunicazione era discreto: un libro rilegato e finito, uno spettacolo in un teatro a un’ora fissa. La televisione ha introdotto il flusso, una sequenza continua di immagini e suoni.
Con questa definizione YouTube e TikTok sono più televisivi della vecchia televisione: su TikTok nessun video è essenziale, e quello che trattiene lo spettatore è la promessa infinita dell’algoritmo. Anche la televisione si adegua. Alcuni sceneggiatori di Netflix hanno raccontato al giornalista Will Tavlin che l’azienda chiede di far annunciare ai personaggi quello che stanno facendo, per chi tiene il programma acceso in sottofondo; fra le 36.000 microcategorie della piattaforma, riferisce Thompson, una si chiama «casual viewing». Storicamente la TV è stata il principale mezzo di intrattenimento, e un’analisi del catalogo IMDb ne segue settant’anni di mode, dai western degli anni Sessanta ai reality degli anni Duemila (📺 ff.8.1 Cosa ci guardiamo stasera?).
Thompson ammette che la televisione gli piace; lo preoccupa la rapidità con cui la sua grammatica ha conquistato ogni altro mezzo. Robert Putnam, in Bowling Alone, calcolava che fra il 1965 e il 1995 l’adulto americano tipico aveva guadagnato sei ore di tempo libero a settimana, finite quasi tutte davanti alla TV; nel 1970 aveva un televisore in camera il 6% dei ragazzi di undici-dodici anni, nel 1999 il 77%. Negli anni Novanta gli entusiasti della tecnologia speravano che Internet avrebbe ricucito la ferita. I feed algoritmici hanno prodotto invece una super-televisione, con più immagini, più video e più tempo passato da soli in casa.
Le visualizzazioni si concentrano: secondo Scott Galloway il 94% di quelle di YouTube va al 4% dei video, l’89% di quelle di TikTok al 5%. Se Sora e Vibes avranno successo, prevede Thompson, seguiranno la regola 90/9/1 di Ben Thompson: il 90% guarda, il 9% rimescola e diffonde, l’1% crea. Quello che rischia di sparire, scrive, è l’interiorità, cioè la capacità di stare soli e di un’attenzione lunga. Il saggio è un’opinione costruita su dati raccolti da altri, e l’autore stesso avverte che la solitudine e il calo di lettura e calcolo hanno altre cause oltre alla logica televisiva, che però li aggrava. Sulla solitudine i numeri c’erano già: nel 2003 passavamo due ore al giorno con gli amici, vent’anni dopo quaranta minuti (🌐 ff.97.1 Sempre più soli).
Il pivot culturale, però, sta nel luogo dove la generazione sotto i venticinque fa comunità. La pandemia ci ha dato l’evento digitale puro (la sessione di Billie Eilish), ma il vero salto è stato un altro: usare un mondo già virtuale — Fortnite — come luogo fisico di un evento che fino a qualche anno fa sarebbe esistito solo nella realtà. La piattaforma ludica è ormai territorio sociale a pieno titolo[4]: la skin introvabile al concerto vale come l’abito a teatro, e il metaverso da preview diventa infrastruttura d’uso. Chi controlla il luogo virtuale controlla la gestione del valore e del simbolico — un wallet in Ucraina o una skin su Fortnite, la domanda è sempre la stessa: di chi è il protocollo? (🥽 ff.15.3 Eventi digitali).